Settantatré anni fa la liberazione dall’occupazione nazista e da un regime che aveva imparato a farsi odiare. A partire dal 1936 il fascismo -che fino a quel momento aveva goduto del consenso sostanziale della maggioranza degli italiani- inizia la sua rapidissima parabola verso il disastro. Prima la guerra imperialista d’Etiopia, quindi le sanzioni della Società delle nazioni, l’isolamento internazionale e l’avvicinamento politico e ideologico alla Germania del führer. Da qui le leggi sulla difesa della razza -estranee alla tradizionale ideologia fascista- e il tentativo imperfetto di instaurare un regime totalitario. Proprio a cominciare da questa “svolta totalitaria” il regime ha visto calare i propri consensi, non solo tra i contadini e gli operai tradizionalmente legati al cattolicesimo o ai socialisti, ma anche tra lo stesso ceto medio che aveva costituito la spina dorsale del fascismo.

Poi il 1939 e l’invasione della Polonia. Mussolini sapeva bene che l’alleanza con Hitler avrebbe legato militarmente l’Italia alla Germania, e per questo motivo aveva avvertito il führer che l’Italia sarebbe stata pronta per entrare in guerra soltanto nel 1943. Hitler aveva garantito che non avrebbe intrapreso alcuna operazione militare immediata contro la Polonia, ma era una bugia. L’Italia si trova catapultata in una guerra che non aveva le forze di combattere. Fu un fallimento totale: l’Africa, i Balcani, la Grecia, l’Unione Sovietica. Nel frattempo venivano a mancare il pane e i beni di prima necessità e Mussolini finì per essere odiato. Dopo i fatti del 1943 e la nascita della Repubblica Sociale Italiana, la guerra si trasforma in guerra civile.

Quella che nella nostra comune memoria storica è ricordata come liberazione fu in realtà un’operazione di distruzione indiscriminata dell’Italia. Si ricorda quasi con atteggiamento poetico lo sbarco in Sicilia, ma non viene ricordato che in una città come Foggia dal 28 maggio al 18 settembre del ’43 l’aviazione Alleata ha mietuto 20.241 vittime, radendo al suolo l’intera città. Quella che oggi viene ricordata come liberazione è stata una guerra fratricida tra italiani, in cui sono stati perpetuati crimini da entrambe le parti. Dai fascisti, e dai partigiani comunisti, che volevano fare dell’Italia uno stato satellite dell’Unione Sovietica, compito al quale sarebbe stato delegato in seguito Palmiro Togliatti.

Mettendo per un attimo da parte quanto sia assurdo considerare una festa della liberazione una guerra tra italiani, cerchiamo di capire cosa è successo negli anni seguenti. Tutti i valori democratici, di uguaglianza, di liberazione, d’indipendenza dagli occupanti, valori continuamente sbandierati durante questa festa sono stati infranti l’indomani stesso della liberazione. La realizzazione del piano Marshall ha dato inizio al dominio finanziario degli Stati Uniti sull’Europa e sull’Italia, mentre la nascita della NATO ha dato inizio al dominio militare. E si tratta di “occupazioni” che ci hanno costretti a violare continuamente quella bella costituzione nata dall’antifascismo e dalla resistenza. In Italia sono presenti sparse in tutte le regioni 59 basi militari americane e 13.000 soldati statunitensi. In questi ultimi anni l’aviazione Nato per bombardare la Yugoslavia e la Libia è decollata dall’Italia. Alcuni degli aerei che hanno bombardato la Siria due settimane fa sono partiti da Sigonella. Avrebbe avuto senso festeggiare questa festa se i liberatori, dopo averci liberati, se ne fossero andati.

C’è un altro motivo per cui è considerato importante festeggiare questa giornata: il fascismo oggi è un fantoccio necessario per legittimare l’esistenza di governi liberali che hanno fallito uno ad uno. Durante l’ultima campagna elettorale italiana, le suddette fazioni politiche liberali hanno basato la loro propaganda esclusivamente sul pericolo di un fantomatico ritorno del fascismo. L’avvertimento era chiaro:” O noi o la dittatura”. E poi lo spauracchio dell’ “eterno fascismo” o “Ur-fascismo” che dir si voglia, viene agitato anche per infangare quelle fazioni politiche che sostengono idee sovraniste, come se sovranità politica e finanziaria significhi nazionalismo e dittatura. Chiunque si discosti dall’ “Europa”, dall’ “internazionalismo” e dal “libero scambio incondizionato” è fascista. Anche per questo è importante festeggiare questa ricorrenza: per tenere in piedi il pericolo del tutto inesistente di qualcosa che è morto e sepolto da 80 anni, e scagliarlo come arma politica contro dei legittimi avversari.

Tutto fumo, dal momento che negli ultimi anni la sinistra ha dato un contributo decisivo allo smantellamento dello stato sociale e del servizio pubblico, oltre ad aver irriso l’articolo 11 della Costituzione, quello in cui si dice che l’Italia ripudia la guerra come strumento d’offesa, bombardando l’ex Jugoslavia e la Libia, oltre che fornendo sistematicamente sostegno logistico per tutte le guerre imperialiste che si sono susseguite dal 1991 ad oggi.

Questa festa è considerata così importante perché si comporta come un tappeto che copre i crimini delle democrazie liberali che, lungi da rispettare i princìpi di libertà e giustizia sociale professati dall’antifascismo, si sono macchiate le mani di un fascismo più viscido, celato, che si nasconde dietro la maschera delle politiche liberali e umanitarie. Bisogna dissacrare questa festa dogmatica e mitizzata, fare quel passo avanti che ci spinga oltre il tabù e l’intoccabilità di certi argomenti storici. Per concludere, la festa della liberazione non è altro che una ricorrenza retorica e politicizzata, una pernacchia da parte di chi, dopo averci tirato le mutande fino a strapparcele, ci dice anche che è stato il duce.

 

 

 

 

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