Dispiace che Saviano debba rappresentare la rocca del mondo intellettuale italiano, celebrato come un Vate, chiamato a pontificare su ogni questione dell’esistente, anche quando non gli compete, soprattutto quando è richiesta una certa propaganda dalla quale non si tira mai indietro. Saviano si erge a difensore degli ultimi ma si schiera dalla parte del carnefice. Lo ha dimostrato con il suo monologo -senza contraddittorio- sulla Siria, il quale ha scatenato indignazione e vergogna nell’opinione pubblica, che sempre più si sta accorgendo che Saviano è un bugiardo. E mente non perché convinto, ma perché chi sta sopra di lui vuole che menta. La menzogna è la sua unica possibilità di successo. Non c’è Saviano senza propaganda. Lo avevamo già detto quando abbiamo smontato pezzo per pezzo il monologo vergognoso sulla Siria, andato in onda a Che tempo che fa, la trasmissione di punta condotta da Fazio.

Israele sta reprimendo in un bagno di sangue la folla palestinese che si è radunata sulla Striscia per protestare, e non una parola da parte di Saviano, che certo critica e denuncia ogni attacco chimico immaginario, ma non commenta neanche per sbaglio i crimini di Israele. Non può farlo. Verrebbe defenestrato dall’ammaestrato popolo d’intellettuali che siedono tutte le sere nei salotti politici, con la gambe accavallate, a indignarsi della violenza che c’è nel mondo. Ma la frusta di Israele non fa male.

Saviano non ha commentato gli ultimi fatti, e per confermare la sua posizione nei confronti di Israele ci tocca riproporre un suo intervento del 2010. Ecco come lo stato d’Israele diventa, da carnefice, vittima, da potenza colonizzatrice a “democrazia sotto assedio”, da potenza persecutrice a “difensore dei diritti umani”. Dio, perdona Saviano, anche se sa quello che dice.

Quella che segue è la trascrizione dell’intervento di Saviano alla manifestazione organizzata da Fiamma Nirenstein a Roma il 7 ottobre 2010 dal titolo “Per la verità, per Israele!”

 

“La mia verità su Israele è fatta soprattutto di immagini, di immagini che non vogliono essere soltanto quelle della guerra, ma sono immagini che hanno a che fare con lo sguardo a Tel Aviv con la luce di Tel Aviv, la luce di Eilat e la meraviglia di Gerusalemme. Un centinaio di nazioni formano lo Stato israeliano, ebrei da ogni angolo della terra e non soltanto ebrei. Sono lì e lo vedi anche sul volto delle persone e delle nuove generazioni: ragazzi con la madre irakena e il padre della Repubblica Ceca, russi con spagnoli e argentini e tedeschi, ucraini, etiopi. Tel Aviv è una città che non dorme mai, piena di vita e soprattutto di tolleranza, una città che più di ogni altra riesce ad accogliere la comunità gay, a permettere alla comunità gay israeliana e soprattutto araba di poter gestire una vita libera e senza condizionamenti, frustrazioni, repressioni e peggio persecuzioni. Quando c’è stato il Gay Pride in Spagna, le associazioni gay israeliane non sono state respinte, non accolte. Perché è stato un gesto doloroso? Perché le associazioni israeliani accolgono i gay dei paesi arabi che vengono perseguitati, condannati a morte, diffamati, non è possibile rinunciare a interloquire con queste associazioni se davvero si ha a cuore la pace in Medio Oriente. Farlo ha il sapore del pregiudizio. Ecco perché quando si parla di Israele bisogna dimettere questo pregiudizio. Bisogna raccontare come questa democrazia sotto assedio si sta costruendo, si è costruita, ha raggiunto degli obiettivi importanti, anche sul piano dell’accoglienza. I profughi del Darfur, ad esempio, vengono accolti in Israele. Una religione perseguitata in Iran e in quasi tutti i paesi musulmani è stata accolta in Israele, Haifa è il suo centro più importante: la religione Bahai, nata proprio in Persia. Quindi tutto questo mio parlare è solo per cercare di sperare che in Italia, destra sinistra, centro, comunque la si pensi, si possa parlare con maggiore cognizione, profondità. E quindi la mia verità di Israele si nutre di questo: del ragionamento che ho cercato di fare in questi pochi minuti contro la delegittimazione di una cultura e di un popolo e si nutre di ricordi anche personali. Per esempio mio nonno mi ripeteva sempre una frase che molti di voi avranno ascoltato: «Se ti dimentico Gerusalemme che la mia mano destra si pietrifichi. Che la lingua si inchiodi al palato se non antepongo te al di sopra di ogni pensiero». Io quando ero ragazzino più volte mi dimenticavo di Gerusalemme, allora capitava il sabato di accorgermi che io tutta la settimana non avevo anteposto Gerusalemme ad ogni pensiero. Allora mi ricordo che nel letto cercavo di capire se si poteva vivere col braccio fermo e con la lingua inchiodata al palato. Dicevo: «Vabbè si può vivere lo stesso». Al di là di questa mia follia di bambino, c’è un passaggio della biografia di Peres che ricorda quando da bambino dei pionieri ritornarono nel suo paese freddissimo in Polonia, oggi Bielorussia, e tutti i bambini chiedevano «Com’è? Com’è Gerusalemme?». E questo pioniere cacciò da un tascapane un pezzo di carta appallottolato. Aprì e uscì un’arancia. Per tutti in quel villaggio che non avevano mai visto quel frutto, quello era Israele. Ecco, la mia verità su Israele coincide spesso con questi ricordi, con questa immagine, con questo sogno di libertà e accoglienza.”

 

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