Di Luca Telese

Problema: persone come alcuni di noi, progressiste, di sinistra, e addirittura uno come me, che nel dna ha persino un gene aggiuntivo, quello che gli viene dall’essere stato educato da una madre femminista (sono cresciuto nella stagione degli anni settanta avendo sempre da bambino davanti agli occhi il cerchio crociato del simbolo di genere femminile e nelle orecchie l’eco di slogan come “l’utero è mio/ e me lo gestisco io”) possono difendere dai suoi rabbiosi detrattori “lo stupratore razzista, colonialista, fascista Indro Montanelli”?

Risposta: sì, purtroppo anche uno come me “deve” farlo. Mi sento costretto dopo aver visto quella foto della statua di Indro imbrattata di vernice rosa dalle femministe del terzo millennio, nonché l’alluvione di commenti isterici, violenti e privi di qualsiasi prospettiva e senso della storia che si sono abbattuti su di lui.

Una opinione può essere formalmente corretta, e tuttavia anche storicamente insensata, perché quello che conta è – come direbbe Leonardo Sciascia – soprattutto “il contesto”. Ovvero la comprensione profonda di cosa è accaduto, di dove è accaduto, e di perché è accaduto, e non (come in questo caso) la lettura di un fatto inquinata dall’affermazione di un anatema pregiudiziale e apodittico.

Sarebbe facile, infatti, consolarci e rassicurarci tutti accogliendo questa invettiva anacronistica politicamente corretta e apparentemente ineccepibile, tranquillizzante condividerla e ululare anche noi contro l’idolo sfigurato dalla “rivelazione” di questo orrendo crimine: “lo stupro di una minorenne”.

E invece c’è qualcosa di insidioso e malato nella tentazione di trasformare il nome di Indro in una disputa da tendenza social, come se si trattasse di un qualsiasi lobotomizzato del Grande Fratello, o di un click o un like da aggiungere ai propri status come se fosse una medaglia alle nostre fragili identità digitali.

Cominciamo dai fatti. Fu lo stesso Montanelli ad “autodenunciarsi” raccontando la storia della sua sposa “comprata” nei tempi del “Battaglione” eritreo. Il primo fatto curioso è che il giornalista racconta cosa accadde una prima volta negli anni settanta (ritrovandosi a duellare in un programma televisivo con una giovane Elvira Banotti), poi in una intervista a Enzo Biagi negli anni ottanta e infine in una delle sue “stanze” sul Corriere della Sera degli anni Novanta (e chissà quante altre, che non conosciamo).

Racconta senza nessun infingimento, e addirittura senza risparmiare al lettore la crudezza dei dettagli sessuali, anche se con significative differenze di tono e di stile, facendolo sempre in un modo diverso, variando tono e dettagli.

Montanelli spiega per esempio (ora faccio riferimento alla versione del Corriere perché è la più ponderata, essendo scritta) della sua moglie bambina Destà, comprata a 14 anni per 500 lire, e addirittura di “aver faticato a stabilire un rapporto sessuale con lei perché era fin dalla nascita infibulata”(prima differenza: quando racconta negli anni settanta dice che la ragazza aveva 12 anni).

Spiega, e la prima volta lo fa anche con un tono tronfio, quando – per dire – nel programma di Gianni Bisiach nel 1969 – dice: “Lei era un animalino docile: ogni 15 giorni mi raggiungeva ovunque fossi insieme alle mogli degli altri”.

Mia madre (come la Banotti) direbbe che questo è già il punto di vista “cieco ed egoistico” del maschio. Vero. Ma invece che crudo se fosse stato ipocrita non sarebbe cambiato molto. Io penso invece che anche il Montanelli degli anni novanta scegliesse consapevolmente di usare un surplus di cinismo per spiegare come andarono le cose alla lettrice-ammiratrice di 18 anni che gli scriveva una lettera (la studentessa Rossella Locatelli di Chiuduno) su questa vicenda.

Indro lo faceva senza nessuna captatio benevolentiae le scriveva: “La tua domanda è alquanto indiscreta, e se tu fossi una diciottenne del tempo in cui io avevo 25 anni la cestinerei senza esitare”. Dunque Montanelli negli anni Novanta si espone, diciamo così, perché vuole restituire quella memoria non con i suoi occhi del duemila ma con quelli che aveva all’epoca lontana in cui quei fatti erano accaduti, nel 1935.

Racconta di essere stato un giovane cresciuto nell’Italia fascista, di essersi arruolato volontario perché credeva nel fascismo, di aver ringraziato “il gran babbo” (cioè Mussolini) per quella guerra, e – in Etiopia – di aver chiesto consiglio al suo comandante Mario Gonnella su cosa fare.

Gonnella a sua volta gli aveva consigliato di consultarsi con il suo “sciumbasci”, ovvero l’indigeno con il più alto grado di truppa, “che dopo trent’anni di servizio sotto la nostra bandiera, conosceva i gusti di noi ufficiali” (gusti, ovvero desideri sessuali).

E ancora: “Si trattava di trovare una compagna intatta per ragioni sanitarie” (cioè vergine). E di più: “Faticai molto a superare il suo odore, dovuto al sego di capra con cui erano intrisi i suoi capelli”. Peggio: la ragazza era restia e “dovette intervenire la madre”.

Epilogo: “dopo la guerra uno dei miei tre ascari mi chiese di sposare Destá. Diedi la mia benedizione”. Montanelli parte per l’Italia, e torna in Etiopia nel 1952. Ritrova Destá e suo marito, con tre figli: il primogenito si chiama “Indro”.

È il frutto dello stupro, dicono. Ed è la prima balla, perché il bimbo è nato venti mesi dopo la sua partenza. Il punto è questo: un democratico degli anni trenta non avrebbe “comprato” una ragazza, e magari avrebbe praticato l’astinenza piuttosto che fare sesso con una bambina conquistata in questo nodo.

Ma è anche vero che l’Africa e il mondo degli anni trenta erano molto diversi da quello di oggi: era il democratico ad essere minoranza. In Abissinia ci si sposava normalmente a 14 anni perché l’aspettativa di vita era morire a trenta.

E anche in Italia c’erano matrimoni combinati – una consuetudine – e “pagati”, anche se il pegno si chiamava “dote”. Negli anni sessanta in America i neri dovevano cedere il posto ai banchi e in alcuni stati del sud non potevano nemmeno uscire per il coprifuoco (vedere “Green Book” per credere).

Nel 1966, nel nostro paese, una ragazza, Franca Viola, rifiuta le avances di un prominente del suo paese, viene rapita, stuprata, e – sempre nel nostro civilissimo paese – lo stupratore, Filippo Melodia chiede alla famiglia il “matrimonio riparatore”. Un risarcimento grottesco al contrario, aggiungerei: il danno lo aveva fatto lui, e nella su testa bacata lo doveva riparare la vittima.

Franca rifiutò anche questa richiesta e disse: “Io non sono di proprietà di nessuno”. Ma tuttavia scoppiò una polemica perché per una parte della pubblica opinione Franca Viola era una suffragetta che si era montata la testa, un cattivo esempio.

In Italia esisteva il delitto d’onore con cui spesso si maschera a norma di legge il femminicidio, e fino al 1970 non si poteva divorziare. Quando fu votata la legge che lo rendeva possibile, la legge Fortuna, fu convocato un referendum: era per abrogarla, e chi lo aveva convocato era sicuro di vincerlo!

A sostenerlo non era qualche gruppo catacombale e minoritario, ma la Dc di Fanfani e il Msi (fortunatamente sconfitti, nel 1974). Oggi nemmeno il leader più retrogrado in Italia metterebbe in discussione questa scelta: allora attaccavano Berlinguer dicendo negli appelli che voleva “distruggere la famiglia” e “lasciare le donne del sud sole e senza sostegno”.

Le ultime norme misogine del codice Rocco furono abrogate solo nel 1981 (!!!). La “giovinezza”, come categoria, nel mondo è nata solo negli anni sessanta, probabilmente più per merito dei Beatles che di un partito politico.

Prima degli anni sessanta, se eri “giovane” o eri ricco e studiavi o andavi al lavoro: dopo le medie solo quando eri fortunato. Metà del paese era analfabeta. E se eri una donna – salvo eccezioni – non studiavi e facevi la moglie e la madre.

Le donne hanno avuto il diritto di voto in Unione Sovietica con la Costituzione di Stalin: e molti liberali cristallini pensavano che fosse una follia comunista. In Italia le donne votano “solo” dal 1946. Ancora durante la guerra di Yugoslavia, negli anni novanta, in Europa si è praticato lo stupro etnico.

Quindi immaginare quel matrimonio di Montanelli come una violenza, e il suo gesto come quello di uno stupratore isolato, significa non capire nulla. Questo progressisti da salotto che pensano di combattere una battaglia civile sono presuntuosi e un po’ sprovveduti, ma molto lontani dalla verità.

Sono come i terrapiattisti convinti che il mondo sia come lo vedono loro. È gente che dovrebbe dare a Oscar Wilde e a Pierpaolo Pasolini dei pedofili. A Pablo Picasso dello stupratore. E magari contestare Eugenio Scalfari per la sua bigamia.

Io posso sperare che se fossi stato un democratico del 1936, mai avrei provato piacere a comprare una donna schiava, e magari a trattarla bene. Ma non posso capire la complessità della storia se da terrapiattista non la conosco.

Il mondo non è iniziato con Happy Days. Il Novecento è stato il secolo della violenza e dalla ferocia. Mio nonno sulle trincee della guerra mondiale mi raccontava di avere visto fucilare dai carabinieri i pastori che si auto-mutilavano per fuggire dalla guerra.

I pacifisti venivano chiamati vigliacchi. I tedeschi usavano il gas mostarda contro i loro nemici, cioè noi, i francesi e gli inglesi. Negli anni del Reich i loro figli hanno inventato l’Olocausto. Un secolo è una distanza enorme, e se io voglio capire il futuro non posso farlo se non ho gli strumenti minimi per leggere il passato e decrittarlo.

La brutalità del racconto di Montanelli, il suo parternalismo crudo e borioso, i dettagli che chiunque altro per quieto vivere avrebbe omesso, mi aiutano a capire la storia. Sono ossigeno. Come dice primo Levi, solo “considerare ciò che è stato” ci vaccina dal rischi di ripetere gli errori.

Le versioni edulcorate che soddisfano tutti, dunque, fanno perdere la distanza con la realtà. Ciò che mi separa dal Montanelli dei suoi 25 anni, tuttavia, non sono tanto le idee, ma il suo fanatico e anacronistico senso di superiorità morale. La sua cecità. Ovvero tutto il contrario di quello che rendeva prezioso il Montanelli degli anni Novanta.

La ruota gira. Quello che mi tiene distante dal giovane Montanelli è lo stesso burrone che mi separa dai suoi detrattori di oggi, da tutti quelli che si informano, sui social come sul club di Topolino, senza aver nessuna capacità di inquadrare i problemi.

Quelli che, evidentemente, la storia non la conoscono. Oppure la conoscono, ma – come è evidente – non riescono a capirla. Non stiamo difendendo Indro dalla vernice rosa, dunque, ma noi stessi dalla lobotomia dei tempi senza memoria.

Da TPI del 11 marzo 2019

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