Jacques Derrida a Parigi

Nelle battute finali della lettera spedita al professor Izutsu, nel  complicato tentativo di rispondere alla domanda  “che cos’è il decostruzionismo?”, Derrida scrive: ” Che cosa non è la decostruzione? Tutto! Che cos’è la decostruzione? Niente!” Questa risposta che può sembrare generica e approssimativa sintetizza molto bene le condizioni in cui il decostruzionismo si è trovato, suo malgrado, in seguito allo scandalo che la sua teorizzazione aveva provocato, soprattutto negli Stati Uniti. L’ambiguità del termine, riconosciuta dallo stesso Derrida, che sapeva perfettamente che questo termine non si sarebbe mai rivelato adeguato al significato che avrebbe dovuto rappresentare, unitamente alla grande diffusione che questo termine aveva conosciuto, aveva costretto Derrida a chiarire e argomentare in continuazione il senso che tale parola doveva significare, e rispondere così alle feroci accuse e provocazioni che gli venivano mosse, soprattutto dagli ambienti accademici. Nella lettera al professor Izustsu, Derrida scrive:”[…] La domanda è perciò: che cosa non è la decostruzione? O piuttosto che cosa non dovrebbe essere?”

Il filosofo francese chiarisce subito che il termine “decostruzione” deve essere interpretato come sviluppo del concetto heideggeriano di “Destruktion“. Con questo termine Heidegger voleva indicare l’operazione di  destrutturazione  (e non di distruzione) della metafisica. Voleva cioè scovare quegli elementi essenziali della Verità rimasti sepolti e occultati dalle “incrostrazioni” della metafisica. Il termine “Destruktion” non era però  adatto al concetto che Derrida voleva esprimere: trovata così la parola “decostruzione”, con questo termine il filosofo intendeva esprimere l’atto del cercare oltre le cose così come si presentano, oltre la loro superficie, non per porre in rilievo la Verità delle cose (come Heidegger) ma per rischiarare le complicazioni che si celano dietro alla prima facciata della realtà . Tutto ciò che accade, un evento storico, teorico, sociale, culturale, al di là della sua immediatezza, è fatto di complessità che restano occultate. La semplicità che la decostruzione sfida, evidenziandone le complessità, dice Ferraris, può essere ingannevole, fuorviante, ideologica. Il compito del filosofo, del decostruttore, è quello di smontare le semplificazioni della realtà. Nella lettera Derrida scrive a tal proposito:”[…] Bisognava disfare, scomporre, desedimentare delle strutture (di ogni tipo:linguistiche, fonetiche, logocentriche). […] Ma disfare, scomporre, desedimentare delle strutture, non era un’operazione negativa. Più che distruggere, si trattava di capire come si fosse costruito un certo “insieme”, e per farlo bisognava ricostruire. ”

La decostruzione è così descritta come: un termine dalle pletoriche ambiguità che vuole indicare un significato che non può essere indicato con un’unica parola; un concetto che ha un’origine teorica precisa, che è la “destruktion” di Heidegger; una teoria che vuole smontare le parti di un tutto, complicare le cose che ci si presentano. Un ultima caratteristica fondamentale da prescrivere alla decostuzione è la sua natura epocale:la decostruzione non è un’operazione mossa da un singolo o da una collettività, ma un evento, un momento della storia della civiltà per cui tutto dovrà essere messo in discussione. Nella lettera si legge:” […]Bisognerebbe anche precisare che la decostruzione non è un atto o un’operazione. [..] Non solo perché non dipende da un soggetto che se ne assuma l’iniziativa e la applichi a un oggetto, a un tema ecc… Le decostruzione ha luogo, è un evento che non aspetta la deliberazione, la coscienza, l’organizzazione del soggetto, né della modernità. Si decostruisce.”

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