Sono stata da poco nel Ghetto di Rignano, più notoriamente conosciuto come il Gran Ghetto. Sono giunta sul posto con alcuni compagni del circolo PRC “Luigi Pinto”, in occasione di un evento organizzato dall’Unione Sindacale di Base (UsB), ci siamo trattenuti nella baraccopoli per un lasso di tempo relativamente breve, quanto basta, ad ogni modo, per restare senza parole e per vergognarmi di essere umana, un lasso di tempo che mi è bastato per scrutare dall’interno quello spaccato di umanità che si è fatta spazio nel deserto della campagna pugliese rimanendo, di fatto, totalmente al di fuori dell’Italia stessa.

Giungo con i compagni al Gran Ghetto verso il tardo pomeriggio, la strada per raggiungere quel luogo fuori dal mondo è totalmente dissestata, parcheggiamo l’auto all’esterno della baraccopoli e ci incamminiamo all’interno della stessa, giungiamo in quello che poi scopro essere il “bar del paese”, è pieno di gente, per lo più braccianti giunti da svariate parti d’Italia, in occasione della manifestazione dell’UsB. L’accoglienza che ci riservano è incredibilmente calorosa: nel piccolo locale c’è un tavolo stracolmo di pietanze di ogni genere, in fondo alla stanza un dj muove i dischi sulle calde sonorità reggae, intanto ci fanno accomodare e poco dopo arrivano un numero improponibile di birre, rifiutare di bere o mangiare qui è impossibile: si rischia di offendere chi, con pazienza, si è prodigato per rendere più piacevole la nostra permanenza in quest’isola che non c’è. Sorseggio la mia birra fredda al punto giusto e comincio a conversare con Amhed, si presta ad una breve intervista, inizialmente è freddo e diffidente, poi comincia ad aprirsi e mi racconta di essere giunto al Ghetto da Roma in occasione dell’evento organizzato dai sindacalisti e di essere anche lui un bracciante, è contento di essere qui oggi, di aver ritrovato vecchi compagni e di veder incrociate le sue lotte di bracciante con quelle dei suoi colleghi, mi racconta di come è giunto in Italia su un barcone, lo stesso barcone sul quale un suo amico ci ha trovato la morte. Faccio, con Amhed, due passi nel ghetto e lui mi porta a conoscere Aboubakar Soumahoro (dirigente sindacale Usb, italoivoriano, 38 anni, laureato in sociologia), gli stringo la mano, poi cedo alle emozioni e lo abbraccio, come si abbraccia il proprio artista preferito al termine del concerto della vita, Aboubakar è l’unica persona che ritengo attualmente degna di assumere la leadership della sinistra italiana, Amhed mi presenta a lui come una giornalista ed io correggo prontamente il tiro, ammettendo di essere solo una studentessa di liceo, Aboubakar mi sorride e mi dice che la situazione del ghetto è estremamente precaria e delicata, poi lo chiamano altri sindacalisti ed io torno a parlare con Amhed.

L'immagine può contenere: 3 persone, tra cui Giuseppe Grifa, persone che sorridono, persone in piedi, cielo e spazio all'aperto
Da sinistra: Aboubakar Soumahoro, Giuseppe Grifa, Angelica Placentino

È l’ora dello shopping qui nel ghetto, i commercianti, approfittano dell’affluenza insolita ed espongono le merci nelle loro baracche, ci sono “negozi” di ogni tipo qui: c’è un macellaio, un “negozio” di abbigliamento, un alimentari ed esposte a terra, in ogni angolo, cianfrusaglie di ogni tipo (dalle caffettiere, alle pentole, passando per i mestoli).

 

Il meccanico del Ghetto, foto di Luigi Carrabba.

Scruto persino un bordello nel quale le donne sono costrette a prostituirsi per vivere, un sindacalista di Roma mi spiega che le ragazze che lavorano in questi locali devono pagare l’affitto della stanza in cui lavorano al capo-nero (il caporale), nonché proprietario della baracca, le tariffe sono generalmente di €25 per i bianchi e di €15 per i neri, lavorano prive di qualsiasi norma igienica e di sicurezza, con i soldi guadagnati devono far mangiare la famiglia e pagare l’affitto del posto di lavoro. Mi raccontano che all’interno del Ghetto esiste persino una stazione radio, Radio Ghetto che rappresenta, effettivamente, l’unico punto di contatto con la società esterna al Ghetto, tuttavia funziona poco e male, è più utilizzata in estate quando all’interno della baraccopoli la popolazione è composta di circa 800 migranti. D’estate la richiesta di lavoro nelle campagne pugliesi, tra Foggia, San Severo e Rignano cresce, serve manodopera per la raccolta dei pomodori e delle mandorle e, quindi, gli operai si stanziano nel Ghetto. Ne approfitto per chiedere velocemente ad Amhed alcuni dati e lui mi dice che la paga minima per il lavoro nei campi è di €1 all’ora, la massima di €2,50 all’ora, un bracciante guadagna quindi circa €25 al giorno lavorando per circa 10 ore al giorno, peccato che almeno €10 di quei 25 euro vadano al caporale, il quale accompagna i lavoratori sul campo in cui devono essere sfruttati e controlla il modo in cui lavorano per decidere la paga da consegnare a fine giornata. Amhed mi racconta di un suo amico che mentre raccoglieva gli asparagi, si era alzato un attimo per accendersi una sigaretta ed il caporale lo ha colpito alle spalle con una cinghiata così forte da toglierli il respiro per alcuni secondi, mi confessa di sentirsi fortunato rispetto ad alcuni colleghi e mi racconta dei braccianti calabri impiegati nella raccolta di arance e mandarini, per questo lavoro vengono retribuiti “a cassetta”: €0,70 per ogni cassetta di arance ed €1 per ogni cassetta di mandarini; io lo ascolto e tremo, guardo le baracche di lamiere, plastica e cartone e non trovo le parole, Amhed raggiunge i suoi amici ed io lo saluto e lo ringrazio. Faccio una rapida ricerca con il mio smartphone: il Ghetto esiste da circa 20 anni, ha avuto origine a partire dallo sgombero di uno zuccherificio dismesso nelle vicinanze, all’interno del Ghetto convivono persone di nazionalità diverse, perennemente in lotta tra loro per “l’egemonia del territorio”, et voilà: lo scontro tra poveri, il capolavoro della classe dominante. Alcuni degli abitanti di quest’isola che non c’è sono giunti qui con l’aereo anche 20 anni fa, gli ultimi, invece, giungono su barconi sovraffollati, raggiungono l’Italia, attraversando il mediterraneo e la morte. Tanti decidono, dopo un periodo, di abbandonare il Ghetto in cerca di una sistemazione quantomeno più decente, lasciando la propria baracca ad un parente o al più caro tra gli amici.

Raggiungo i compagni, ci sediamo su una manca posta davanti ad “un’abitazione”, ci offrono del caffè, io lo rifiuto, dinanzi a noi è situata la moschea del Ghetto.

Intanto c’è una band in tour, la voce del cantante scalda l’atmosfera con i caldi toni del reggae.

Soundcheck della band in tour nel Ghetto

 

Sta calando la sera e noi dobbiamo tornare a casa, la strada che ci allontana dal Ghetto è piena di buche (malgrado sia una strada provinciale) e non può essere percorsa al buio senza conoscerla, ciò rende il Ghetto ancora più abbandonato a sé stesso.

Prima di partire, però, andiamo a salutare la signora che ci ha ospitato nel bar, la ringraziamo e ci incamminiamo verso l’auto, lancio un ultimo cenno di saluto ad Amhed ed andiamo via. In macchina non trovo le parole e mi soffermo tra i miei pensieri: ho appena visto e conosciuto il Terzo Mondo d’Italia, lo schiavismo, l’essere il nulla nel nulla, lo sfruttamento, la dignità calpestata. Mi faccio schifo perché non posso fare nulla se non raccontare, mi vergogno di essere umana, come quei bastardi dei caporali.

Voglio chiedere a Matteo Salvini quale pacchia è finita? La pacchia del vivere in una baraccopoli nel deserto pugliese, in cui d’estate si raggiungono e si oltrepassano i 45⁰? La pacchia dei migranti morti nel tentativo di prelevare l’acqua nei pozzi? O la pacchia del lavoro nei campi a €2,50 all’ora al massimo?

Eh, caro ministro degli interni, quale cazzo di pacchia è finita?

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