Ho sempre pensato che la singolare coincidenza tra le parole greche “amore” (eros), “contesa” (eris) ed eroe (heros) nascondesse significati ben più che casuali. Forse perché, da appassionato della classicità, non posso fare a meno di ricordare il capriccioso Achille,  di quanto la contesa (per l’appunto) della bella Criseide lo abbia portato alla perdita del senno, o del fatto che l’assegnazione delle armi dello stesso Aiace sia finito col preferire la morte alla vergogna e al disonore.

Parimenti, tuttavia, non riesco a dimenticare che la disperazione per la perdita di Patroclo condusse il Pelide ad imprese straordinarie, e che lo stesso Ettore, nello scendere in campo, non abbia fatto altro che ascoltare il senso di amore e responsabilità nei confronti della propria stirpe e della città, della quale si sarebbero disputate sul campo di battaglia le sorti. L’eroe, per definizione, risulta dunque essere persona (o semi-dio) nella quale convivono questi due istinti apparentemente contrari ma altresì complementari: l’istinto d’amore e l’istinto di contesa, altruismo ed egoismo, spinta verso l’altro e spinta verso l’io.

Ed anche non potrebbe essere diversamente, dato che i più grandi eroi della tradizione erano semi-dei, che dal dio avean preso una irrefrenabile via alla auto-affermazione, mentre dall’uomo le debolezze e tutti i sentimenti nobili che, invece, nella tradizione cristiana, sarebbero passati ad essere peculiarità della divinità. Potremmo, senza incorrere in errore, affermare che gli dei degli antichi greci e romani non furono, tendenzialmente, dei buoni. Furono anzi sopraffattori, propugnatori del proprio interesse e beneficio, a discapito del destino dell’umanità. E l’eroe, pertanto, non può sfuggire al proprio destino celeste di esser capriccioso, volubile ed egoista, pur avendo in sé quale valore aggiunto di matrice squisitamente umana quella che oggi definire mi “coscienza”.

Così Achille, che non esita a ritirarsi dalla battaglia come un bambino offeso quando il Consiglio assegna la bella schiava ad Agamennone, è colto dal più nobile dei sentimenti quando vede il corpo esanime di Patroclo; così Aiace, pur di non vivere in un mondo ingiusto, in cui la sofistica di Ulisse prevarica l’umana onestà e l’inganno fa scacco all’onore, sceglie di morire e di restituire alla terra la propria anima dannata, che nell’Odissea serberà il proprio rancore verso il corrotto Ulisse anche nell’Ade.

La domanda interessante è: cosa può trarre l’uomo moderno dallo studio od analisi della figura dell’eroe antico? Esiste morale che potrebbe giovare ad una società che, a quanto pare, necessiterebbe sempre più di eroi?
Essendo l’eroe, come detto, un mix di altruismo ed egoismo, quasi sembrerebbe che in realtà eroici siamo tutti quanti, sin dalla nascita. Ed errato non sarebbe pensarla così, perché secondo Esiodo l’età degli eroi sarebbe, “storicamente”, anello di congiunzione tra il tempo d’oro degli dei e quello corruttibile degli uomini o, per restare nell’ambito semantico della cristianità, tra l’Eden e l’inizio della mortalità dell’uomo.

Dunque eroe è ciascun essere umano, che che si dimena tra il proprio istinto animale e la propria coscienza, che deve quotidianamente scegliere la via più giusta per raggiungere i propri obiettivi, ed arrestarsi dinanzi alle lusinghe della sopraffazione nel momento in cui per conseguirli non bastasse la strada che si erge tra le costruzioni dell’altrui rispetto. In fondo l’eroe è Socrate, che scelse la morte non meritata piuttosto che una vita ingiusta, ed un certo Gesù, che morì tra lo scherno del volgo pur di completare la propria opera di salvezza. Dopo tutto, non eran gli eroi sia dei che uomini?

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