L’assassinio come cinica e fredda rimozione di un ostacolo, realizzazione di un ideale, trasformazione delle carni in spirito.
Rodión Romanovic Raskól’Nikov, un universitario, dilaniato dalla solitudine, da un amore perduto, vittima della miseria, crede fermamente in un’idea: esistono gli straordinari e gli ordinari, i primi destinati ad essere ricordati in eterno per imprese compiute senza alcun interesse per la vita umana; i secondi a uccidere i primi o a decretarne la rovina per poi ricordarli per i secoli a venire. Gli straordinari hanno diritto ad uccidere; gli ordinari, interessati solo alla conservazione di sé, comminano pene agli straordinari.
Rodja é l’Uomo, é l’ibrido che si lancia nell’infinito come un superuomo, ma che non slega i lacci che ancorano le sue caviglie al rimorso, all’orrore di sé.
L’eroe russo frantuma il cranio di un usuraia, ne vede sgorgare il sangue non per sadismo ( sarebbe troppo banale), ma per scrutare da vicino gli occhi rossastri della trasgressione, della morte e della “folgore” che vince la morte ed elimina i “pidocchi” del suo cammino. Rodjá però non é Napoleone, non é Hitler, né Stalin o Cesare: é molto di più, egli scruta nel fondo della sua anima per scoprire che essa é vana proprio come il suo gesto, la sua ribellione, di cui, infatti, non si pentirà mai.
Persino la sua volontaria consegna alle autorità non é nient’altro che una resa fisica, neuronale, un’ammissione di inettitudine, di sconfitta, di ordinarietá.

Lascio Rodiòn nelle mani di Sonja. Che il gelo della Siberia li avvolga nella mistica coltre dell’indefinito, mentre sul loro volto scavato e misero, scorre una lacrima ghiacciata, fulgida come il sangue della terra e il dolore umano.

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