Il revisionismo storico nella nostra società è ancora un argomento tabù, soprattutto per ciò che concerne il XX secolo. L’accezione del termine è quasi sempre negativa, perché spesso il revisionismo viene associato ad un uso strumentale della storia che tende a giustificare determinate posizioni politiche. Di contro, la critica al revisionismo viene fatta esattamente per lo stesso motivo. Prendendo come esempio il secolo breve -ricco di ideologie e di conflitti – esso rappresenta una ferita ancora aperta che stenta a rimarginarsi e quando si mettono le ‘mani sulla storia’ si rischia subito l’accusa di essere schierati da una parte o dall’altra. La prima osservazione che possiamo fare è che l’accusa è sempre quella di essere un “fascista” o un“comunista”, nessuno viene accusato di essere un “liberale”, eppure quest’ultima ideologia sopravvissuta al fascismo (1945) e al comunismo (1989) è quella che tutt’ora in nome della pace bombarda e miete vittime, sfrutta gli operai nelle fabbriche e si presenta in maniera autoreferenziale come l’unica via possibile per l’umanità dopo i disastri dei totalitarismi del XX secolo. Questa non è retorica, è un dato di fatto.

Emblematico è il caso dello storico Renzo De Felice che dedicò 36 anni della sua vita allo studio del fascismo, iscritto al PCI durante gli studi universitari e successivamente al PSI, venne accusato da personaggi di sinistra di “giustificare il fascismo” bollando lo storico come revisionista. Gli accademici, documenti alla mano, hanno sempre riconosciuto la serietà e la scientificità del lavoro di De Felice, sottolineando la sua onestà intellettuale. Lo storico ci ha lasciato non solo un’opera monumentale sul fascismo ma anche delle riflessioni sulla storiografia, nel libro – intervista Rosso e Nero afferma che ‹‹per sua natura lo storico non può che essere revisionista, dato che il suo lavoro prende le mosse da ciò che è stato acquisito dai suoi predecessori e tende ad approfondire, correggere, chiarire, la loro ricostruzione dei fatti›› e ancora ‹‹lo sforzo deve essere quello di emancipare la storia dall’ideologia, scindere le ragioni della verità storica dalle esigenze della ragion politica›› [1].
Nel 1976 fece un’osservazione, affermò di avere l’impressione che tanti intellettuali ‹‹votino comunista nel timore di perdere la qualifica di uomini di cultura.›› Considerazione tutt’oggi attuale.

Un testo interessante che mette in rapporto storia e ideologie, sottolineando la differenza con cui vengono giudicati il nazionalsocialismo e il comunismo è Nazismo e Comunismo. Una comparazione possibile? di Alain de Benoist. Scrive il filosofo francese ‹‹Il passato deve passare non per cadere nell’oblio, ma per trovare il suo posto nel solo contesto che gli si addica: la storia. Solo un passato storicizzato può infatti informare validamente il presente, mentre un passato reso sempre attuale non può che essere fonte di polemiche partigiane e di ambiguità.›› [2]
Come non pensare all’antifascismo militante in totale assenza di fascismo, come unico appiglio di una sinistra ormai ontologicamente capitalistica? Come non pensare al fascismo eterno di Umberto Eco che Diego Fusaro ha definito come ‘il manifesto ideologico dell’antifascismo permanente come ideologia odierna di santificazione del rapporto di forza capitalistico’?
Come non pensare alle proteste suscitate dalla pubblicazione di testi che denunciano i crimini dei partigiani, in ultimo ‘Compagno mitra’ di Gianfranco Stella o del film Red Land di MaximilianoHernando Bruno? Di preciso contro cosa si manifesta? La verità?

Potremmo inoltre, accusare di totalitarismo l’attuale società liberale, de Benoist scrive che essa ‹‹continua a ridurre l’uomo allo stato di oggetto, reificando i rapporti sociali, trasformando i cittadini-consumatori in schiavi della merce, riconducendo ogni valore ai criteri dell’utilità mercantile. L’economia ha oggi ripreso la pretesa del politico di detenere la verità ultima sugli affari umani. Ne deriva una progressiva “privatizzazione” dello spazio pubblico che minaccia di sfociare nello stesso risultato della progressiva “nazionalizzazione” dello spazio privato da parte dei sistemi totalitari.›› Lo scopo di ogni totalitarismo è quello di ‹‹ridurre la diversità umana a vantaggio di un modello unico.›› Continua de Benoist ‹‹Non si ha il diritto di accettare un destino ingiusto col pretesto che se ne potrebbe subire uno peggiore. I sistemi politici devono essere giudicati per quelli che sono, non per comparazione con altri i cui difetti attenuerebbero i loro. Ogni comparazione smette di essere valida quando diventa una scusa: ogni patologia sociale deve essere studiata separatamente.››
Chi non tollera il fascismo nel nostro passato finisce per avallare i rapporti di forza odierni, tacciando di fascismo tutto ciò che si oppone a questi rapporti di forza.
In Nazismo e Comunismo il filosofo francese ricorda come il suo connazionale Jean-Paul Sartre ‹‹sosteneva che si doveva mantenere il silenzio sui campi di concentramento sovietici ‹‹pour ne pasdésespérer Billancourt››, cioè per non mettere in crisi la classe operaia.›› Nessuno si è sognato di accusarlo di negazionismo solo perché era comunista.

La storia fornisce tanti esempi di revisionismo e di miti che si sono venuti a creare su alcuni uomini (sull’imperatore Nerone pesa una damnatio memoriae a causa del suo conflitto con il senato, la classe da cui provenivano i suoi detrattori) ma appartenendo ad un passato ormai lontano sembrano non turbare affatto il nostro modo di pensare. Lorenzo Valla – il più grande filologo e grammatico dell’Umanesimo (assieme a Poliziano) – nel 1440 pubblicò ‘De falsa et ementita Constantini donatione’ in cui su basi filologiche dimostra che la Donazione di Costantino –che concedeva al papa il diritto di esercitare il potere temporale sul territorio della Chiesa- era un falso storico compilato nel Medioevo. Riccardo Bruscagli a proposito della filologia del XV secolo scrive ‹‹Accertare la verità dei testi poteva significare accertare la verità della storia, e quindi intervenire in modo decisivo anche in ambito politico e ideologico.›› [3]
Il conflitto tra politica e storiografia/filologia esiste da sempre.

Nelle righe sopracitate, De Felice e de Benoist centrano il punto della questione: la verità non ha un colore politico e bisogna essere pronti a mettere in discussione la storia per cercare di ristabilire la verità. Uno deivantaggi della modernità è quello di poter mettere più facilmente in discussione ciò viene propagandata come verità dal mainstream, l’informazione non è più verticale, anche se si combatte ancora ad armi impari [4].
Il revisionismo storico non ammazza la storia, piuttosto la vivifica e tiene aperto il dibattito, chi vuole imporre delle ‘verità storiche per legge’promulgando leggi contro il revisionismo, non fa altro che comportarsi come quelle persone che condannano: imporre La verità con la forza. Il lavoro storiografico è un continuo ‘lavori in corso’ e cercare di fissare la storia equivale ad uccidere la storiografia.
Dubitando ad veritatem pervenimus.

Note
[1] Rosso e Nero, Renzo De Felice -a cura di Pasquale Chessa-(Baldini&Castoldi 1995)
[2] Nazismo e Comunismo. Una comparazione possibile?,Alain de Benoist. (Controcorrente edizioni 2005)
[3] Letteratura italiana. Dalle origini al Seicento–a cura di Andrea Battistini (il Mulino 2014)
[4] Realtà e “post-verità”, Umberto Iacoviello (EreticaMente 26/06/2017)

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