L’Italia non fu fondata da un condottiero ma da un poeta. Non Garibaldi, non Vittorio Emanuele e tantomeno la Costituzione repubblicana, ma Dante. Fu lui a dare dignità al terreno primario e comune di una nazione, la lingua. Fu lui a riannodare l’impero e il papato, la civiltà cristiana e la civiltà romana, riconoscendoli come i genitori dell’Italia, con ruoli ben distinti. Fu lui a generare l’Italia dal suo mito. Certo, Dante vagheggiava la monarchia universale, ma fu il primo a considerare il fulcro di una rinascenza in Roma, nella Roma cattolica ma non clericale dove l’impero ha dignità pari a quella del papato. E fu ancora Dante a dare un mito di fondazione e una narrazione su cui costruire l’Italia, riannodandosi a Virgilio. Dante generò un’aspettativa d’Italia che altri scrittori –da Petrarca a Machiavelli, da Ariosto ad Alfieri, da Foscolo a Leopardi- poi coltivarono nei secoli. La nostra è una nazione culturale, nata non con la forza delle armi ma con la forza della poesia; da qui lo stato fragile e l’identità tenace. Ma quel che resta, dice Hölderlin, lo fondano i poeti.

Da dove nasce il ruolo postumo di Dante come profeta dell’Italia? Certamente da una lunga tradizione culturale, da Byron che nella ‘Profezia di Dante’ lo riconosce come il precursore e fondatore dell’Italia ventura, e prima di lui Vincenzo Monti e suo genero Giulio Perticari che scrisse ‘Dell’amor patrio di Dante’… E poi Mazzini che scrive anch’egli ‘Dell’amor patrio di Dante’ e Goffredo Mameli che compone l’inno mazziniano ‘Dante e l’Italia’:
Del cenere dell’Italia
La nuova prole è uscita
Salve, sublime apostolo
Del verbo della vita
Che il nuovo sogno errante
Stringi al pensier di Dante

Il dantismo nazionale prosegue con Cesare Balbo e Francesco De Sanctis, fino a Ruggiero Bonghi, e culmina con Giovanni Gentile. Fu Gentile a sostenere che “Il Risorgimento comincia con la stessa storia d’Italia” e trae il suo presentimento proprio da Dante, “nella cui storia si celano molti secoli della storia futura d’Italia” (I profeti del Risorgimento italiano).
Il riferimento a lui emerge nella riflessione dell’ultimo filosofo italiano che pensò l’Italia dentro la sua tradizione civile e religiosa, a partire da Dante. Mi riferisco ad Augusto Del Noce, cattolico e filosofo di un Risorgimento dantesco e civile, oltre che giobertiano e rosminiano. Per fondare la sua idea dantesca d’Italia, Del Noce si riferisce in particolare al poeta e letterato veneto Giacomo Noventa e allo stesso Gentile. Per Noventa fu Dante a fondare l’idea dell’Italia sulla tradizione romana e cattolica, mediterranea e poetica. Ma fu soprattutto Gentile a vedere in Dante il profeta dell’Italia risorgimentale e moderna, in uno scritto dantesco del 1918. Egli vide in Dante non solo il sommo poeta ma anche il filosofo civile. A differenza di Croce, Gentile riconobbe, al “giornalista” ed economista Marx, e su un piano differente ai poeti e letterati Dante e Leopardi, dignità e potenza di filosofi e di profeti. A questa linea gentiliana si rifece Del Noce, quando considerò, da un verso la potenza filosofica di Marx e dall’altro la valenza filosofica di Dante e Leopardi. Lui, cattolico, si riconobbe nella linea italiana di Gentile discesa da Dante, Petrarca e Machiavelli. Una linea non laica ma ghibellina (anche se Dante, come è noto, fu guelfo bianco, benché definito da Foscolo “ghibellin fuggiasco”); e una linea che, senza cedere al neopaganesimo e all’idolatria dello Stato, riconosceva una connotazione religiosa, giobertiana, al Risorgimento. Il nostro padre della patria eccelleva in un’arma immateriale: la parola. Nei momenti alti l’Italia si lascia guidare dai poeti, in quelli bassi dai parolai. Il pensiero, la poesia e la visione politica di Dante concordano e si muovono verso l’alto, con intelletto d’amore. Agli uomini restano le imperfezioni della loro vita terrena; i tormenti, le delusioni, gli affanni, l’esilio, gli amori mancati o solo sfiorati.

Tratto da Marcello Veneziani, Imperdonabili (Marsilio editori)

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