Europa: da una parte il sogno di una comunità sovranazionale, dall’altra l’incubo di una gabbia burocratica; da un lato la chimera di un’unica armonia politica, dall’altro la cognizione della competizione sleale tra Paesi membri. Sono queste, oggi, le due prospettive interpretative  generalmente più diffuse riguardo alla Ue.

La prima via, quella del sogno europeo, è risultata per anni di gran lunga l’unica percorribile; carriere politiche e professionali, credibilità intellettuale, autorevolezza accademica, tutto dipendeva da una sorta di “postura europeista”. Funziona ancora così: Paolo Savona docet.

La seconda via, quella “populista”, ha invece cominciato a prendere piede, nelle forme massicce che conosciamo oggi, soltanto negli ultimi dieci anni, a seguito della Grande Recessione del 2008, della crisi migratoria e, adesso ancor di più, per via della pessima gestione dell’epidemia da Covid-19.

Non che prima non ci fossero intellettuali o politici che si opponessero a Maastricht, come ad esempio l’antropologa Ida Magli e il comunista Lucio Magri, i quali muovevano critiche filosofiche e socialiste al gigante burocratico che stava nascendo. Tutti costoro furono però liquidati come “euroscettici” e il gioco finì li.

Per circa un trentennio abbiamo così vissuto in una bolla ideologica  fondata sulla retorica dell’unità europea; un’unità, questa, che non esisteva ancora ma che andava costruita sulla base di una moneta unica, della liberalizzazione dei mercati e dell’abbattimento dei confini.

Si tratta però del sogno di pochi; di quelli che si muovono in due ore da Roma a Parigi, e da qui verso Berlino; di quelli che non scorgono differenze sostanziali tra le capitali finanziarie del Continente. È il sogno di chi trova nell’Europa unita una logica d’aeroporto, un grande spazio di transito privo di confini culturali evidenti o di frontiere linguistiche e antropologiche problematiche.

Eppure al di là dello spazio d’interesse degli uomini d’affari e dei viaggiatori low cost esiste un’Europa profonda, dove le persone vivono sulla loro pelle condizioni di diseguaglianza economica e sociale ottocentesca. La vera Europa dei mille volti, dove tuonano le gravi contraddizioni del nostro tempo. Infinitamente più complessa del solito schema “Nord – Sud”.

Cosa significa infatti Europa unita? Che per la prima volta, dopo il 1991, diventa estremamente semplice e redditizio commerciare tra i Paesi membri, estendendo il mercato ad Est, favorendo così anche i flussi migratori tra cittadini europei, “vecchi” (occidentali) o “nuovi” (orientali) che siano. Non certo redistribuzione della ricchezza o pacificazione sociale delle periferie europee e dei suoi conflitti etnici.

Una volta garantita la libera circolazione di merci, uomini e capitali, pur mantenendo fermo il primato reale degli Stati sulla retorica comunitaria dell’Europa unica, preoccuparsi della tenuta democratica dei Paesi e del benessere popolare diventa quasi una questione minoritaria. «Un’unica grande famiglia», ripetono da anni gli slogan lampeggianti nelle televisioni, negli aeroporti e nelle stazioni.

E tuttavia oggi, dopo un decennio di crisi ininterrotta, i cittadini europei cominciano a chiedersi  più che mai per quale motivo, anche in piena epidemia, ognuno pensi da sé e faccia da solo. Eppure, a dispetto della retorica unionista, la pandemia non ha provocato alcuna discontinuità tra l’Europa pre-Covid-19 e quella di oggi.

Più semplicemente, gli Stati membri continuano a relazionarsi, come hanno sempre fatto, perseguendo i loro precisi interessi commerciali, finanziari e geopolitici; oggi risultano solo più incattiviti dalla crisi sociale ed economica scoppiata insieme alla pandemia.

Gli Stati con aspirazioni più ampie, come la Germania, non ci pensano minimamente a sacrificare la loro posizione egemonica affrontando la crisi in maniera collettiva e “solidale”. Al contrario, come scrive Dario Fabbri su Limes, Berlino, «smarcata dalla retorica europeista» sta realizzando «iniziative platealmente unilaterali». Nihil sub sole novum.

Pretendevano davvero, gli estoni o i lettoni dell’abisso post-comunista, di sentirsi uguali ai “ricchi” europei occidentali entrando in questa Ue? Erano seriamente convinti, i greci, immersi nel loro inverno sociale, di potersi riconoscere – sulla base di una moneta comune -, negli efficientissimi bavaresi?

È invece vero il contrario, come ha spesso evidenziato nei suoi libri il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz: l’impostazione finanziaria stabilita a Maastricht ha infatti fortemente contribuito ad approfondire le diseguaglianze, piuttosto che a levigarle come avrebbe dovuto. Diseguaglianze, queste, non solo tra i Paesi membri ma anche tra le macroregioni interne agli Stati stessi, vincolati nelle loro politiche di bilancio e condizionati da evidenti deficit di democrazia.

«Dato che  ovviamente le nazioni intanto sono nazioni in quanto sono diverse l’une dall’altra, bisogna ridurle al minimo comune denominatore, cosa cui provvedono le regole imposte da Bruxelles», scriveva la Magli nel 1997.

Eppure ancora oggi, nel 2020, ci stupiamo del conflitto tra la forma di un’Europa unita e la sostanza di un’Europa dai mille volti. Ma non si meravigli troppo il lettore: ci stiamo comportando tutti nello stesso modo di sempre; l’epidemia ha soltanto reso impossibile camuffare l’ipocrisia su cui si fondano le nostre decennali convinzioni politiche e identitarie.

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