“Cari amici americani, poco fa ho dato ordine alle forze armate USA di lanciare attacchi di precisione verso obiettivi collegati alle armi chimiche del dittatore Bashar al-Assad. E’ un’operazione congiunta con le forze armate di Francia e Regno Unito. Li ringrazio entrambi”. Con queste parole, alle 22 (ora di Washington), il presidente Donald Trump ha annunciato l’avvio dei bombardamenti della coalizione internazionale in Siria.

L’intervento militare era stato annunciato una settimana fa, e da quel giorno il Mediterraneo orientale non ha smesso un attimo di agitarsi. Il pretesto era il presunto attacco chimico verificatosi a Douma -città della Ghouta orientale- il 7 aprile. Il presidente siriano Assad -sulla base delle testimonianze dei molto compromessi White Helmets e OSDH- era stato accusato di aver utilizzato armi chimiche contro la propria popolazione. L’accusa era poi ricaduta anche su Putin, “reo” di aver appoggiato il regime siriano. La verità è che non sono mai state fornite delle prove che possano dimostrare la responsabilità di Assad o dell’Esercito Arabo Siriano in questo presunto attacco. Ci sarebbero infatti alcuni medici e soccorritori siriani che hanno dichiarato il contrario, e cioè che nessuno dei feriti mostrava segni di avvelenamento da arma chimica.

Tuttavia, sotto pressione del governo russo e di quello siriano, l’OPAC ( Organizzazione per la Proibizione della Armi Chimiche) ha mandato degli ispettori incaricati di dover condurre le indagini necessarie. Le indagini sarebbero dovute cominciare oggi, ma evidentemente gli Stati Uniti, la Francia e il Regno Unito non avevano bisogno dei risultati delle analisi scientifiche. Solo due giorni fa, il Ministro della Difesa americano James Mattis aveva dichiarato pubblicamente:

“Ci sono stati diversi attacchi di questo tipo, in molti casi, voi sapete che non abbiamo truppe, non siamo coinvolti nel terreno lì, quindi non posso dire che abbiamo avuto prove, anche se abbiamo raccolto molte indicazioni sui social media e sulle reti che il cloro o il sarin sono stati usati”. Social network e altre reti, cioè i White Helmets e l’OSDH: queste le fonti del Pentagono. Si può bombardare la capitale di un Paese sovrano sulla base di queste fonti e senza lo straccio di una prova scientifica? Evidentemente no.

Eppure alle 3.55 ora italiana gli aerei e le navi da guerra USA e alleate hanno lanciato almeno 103 missili da crociera e missili a superficie aerea su obiettivi civili e militari siriani. Questo attacco ha scatenato una crisi politica e militare che non ha precedenti nella storia. Gli USA hanno assicurato che non si tratterà di un attacco isolato, mentre le forze militari russe, siriane e iraniane sono state poste in stato di massima allerta e piena attività già da una settimana. Per adesso nessuna  equipaggiamento russo e nessuna base militare russa sono stati colpiti, ma il rischio di uno scontro frontale tra le potenze è altissimo.

Il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato che “l’attuale escalation della situazione intorno alla Siria ha un impatto devastante su tutto il sistema delle relazioni internazionali”, mentre la Guida suprema iraniana l’ayatollah Khamenei ha detto che “gli attacchi condotti dagli USA non avranno altro effetto se non la distruzione e la devastazione”. Il presidente siriano Assad ha dichiarato :

“L’aggressione è nata dalla consapevolezza delle potenze coloniali occidentali, che sostengono il terrorismo, che hanno perso il controllo e la credibilità di fronte al loro popolo e al mondo”.

C’è del vero in queste parole. L’attacco è stato pianificato dopo che Assad -con l’aiuto dei suoi alleati- ha vinto la guerra contro il terrorismo e ha riconquistato la Ghouta, regione in mano dei terroristi dall’inizio del conflitto. Questa regione era l’ultima roccaforte dei terroristi. Qui l’Esercito Arabo Siriano aveva scoperto un laboratorio di armi chimiche appartenenti ai ribelli. Il presunto attacco chimico che ha fatto scatenare l’escalation militare e politica è avvenuto appunto nella Ghouta, a Douma. Le potenze occidentali hanno ritenuto necessario inscenare un attacco chimico per inserirsi là dove i terroristi avevano fallito. Così la guerra dei mercenari, una volta che questi sono stati ammazzati uno a uno, è diventata la guerra delle potenze. Qui crolla ogni menzogna sulla Siria. Contemporaneamente alla crisi della Ghouta era esploso il caso Skripal e la rottura di ogni rapporto diplomatico con la Russia. Tutti passi decisivi verso la catastrofe.

C’è un elemento però che i media occidentali non stanno riportando o stanno ridimensionando. Sergei Rudskoi, capo della gestione operativa delle forze armate dello Stato Maggiore russo, ha confermato che sui 103 missili lanciati dagli alleati occidentali, “sono stati intercettati 71 missili da crociera”. L’operazione militare è risultata un fallimento. La quasi totalità dei missili “nuovi, belli e intelligenti” che Trump aveva minacciato (minaccia poi realizzata) di lanciare ha fallito. Per respingere l’attacco, le forze militari siriane hanno dispiegato sistemi missilistici terra-aria di fabbricazione sovietica. Dato l’aggravarsi della situazione, lo Stato Maggiore russo ha dichiarato che si riserverà il diritto di fornire le armate siriane di sistemi missilistici di ultima generazione, al fine di fronteggiare in maniera decisiva gli attacchi occidentali.

La Siria è il rantolo dell’impero americano. La sua fine. C’è solo da sperare che il suo decesso definitivo non sia dovuto a un suicidio globale.

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