Di Kragler

Non è una novità che il vento del “populismo” si stia abbattendo su tutto il territorio europeo. Fuori da ogni tipo di giudizio personale sul fenomeno, ciò che interessa è capire perché e in quali modalità si dispiega ormai in tutto il continente, dalle più grandi città fino alle strade dei paesi più piccoli. Fare dei paragoni può risultare utile, soprattutto se ad essere presi in considerazione sono Paesi con dinamiche storiche (drammaticamente) simili. A chi segue la questione su scala più vasta di quella nazionale, non sarà sfuggito che tutte le vecchie e nuove forze politiche protagoniste dello scenario europeo (Podemos, Front National, Ukip, Alternative fürDeutschland, Lega Nord/Movimento 5 stelle, ecc..), siano esse tendenti a sinistra o a destra, condividono delle caratteristiche comuni: leader carismatici, influente comunicazione telematica, recupero delle ideologie. “Fino a qui, tutto bene”, potremmo ripeterci, come nella storia della pellicola di Kassovitz; anzi, qualcuno all’inizio aveva visto nel “populismo”, se non la soluzione, almeno la possibilità di tornare ad avere un autentico dibattito democratico. Sembrerebbe un paradosso, ma forse davvero l’“antidemocrazia” avrebbe potuto tirare fuori destra e sinistra dai loro soliloqui, sedute da troppo tempo allo stesso tavolo a spartirsi la torta. Il problema sorge quando a dilagare non sono idee, ma sentimenti, incitazioni, riesumazioni ideologiche; e la situazione si fa ancora più grave quando questo accade nella roccaforte del welfare e dell’integrazione euro-continentale, dove oggi la storia non sembra così lontana da quella di tre quarti di secolo fa.

I fatti

Nella notte del 26 agosto, intorno alle 3:15, alcune persone di diversa nazionalità litigano su Brückenstraße fin quando tre di loro vengono feriti e portati in ospedale. Uno di loro, un tedesco di 35 anni, non sopravvive alle gravi ferite riportate. La polizia insegue e arresta due uomini di 22 e 23 anni, rispettivamente un iracheno ed un siriano già con precedenti, i quali avrebbero ferito a morte con un coltello la vittima. La lite sarebbe degenerata dopo un confronto verbale, ma non sono ancora certi i motivi e le dinamiche che si sono susseguite. Le altre due vittime coinvolte, di 33 e 38 sono sopravvissute (Da MDR Sachsen).

Ciò che è successo dopo, è stato un via vai di informazioni e notizie approssimative sul web, mai confermate dalla polizia, secondo cui a scatenare la rissa sarebbe stato il tentativo da parte dei due stranieri di violentare una donna, o in ogni caso una situazione di emergenza. E come spesso accade, non sono tardati gli interventi di strumentalizzazione delle forze politiche radicali, prima fra tutte l’islamofoba Pegida (Europei patrioti contro l’islamizzazione dell’Occidente), a cui è seguito l’appello di AfD (Alternative fürDeutschland). L’invito a radunarsi per protesta nelle strade si è tramutato in una vera e propria caccia allo straniero, avvenuta in concomitanza dell’ultimo giorno di festa della città: già dalle 15:00 un centinaio di iscritti ad AfD hanno iniziato a raccogliersi davanti alla loro sede. Davanti al monumento dedicato a Karl Marx nel centro della città, invece, si sarebbero radunate più di 800 persone, appartenenti a diversi movimenti radicali, nonché hooligans estremisti, i quali hanno inneggiato slogan come “Wir sind die Krieger, wir sind die Fans, Adolf Hitler, Hooligans” (“siamo i guerrieri, siamo i fan di Adolf Hitler, gli Hooligans”). Nel frattempo, si stava spargendo la falsa notizia, anche attraverso canali come tag24.dedel Chemnitzer Morgen presse, che un altro dei due feriti fosse morto in ospedale. Le proteste sono andate avanti per giorni, attirando simpatizzanti di estrema destra da ogni angolo del Paese. In un discorso si è espresso così Martin Kohlmann, appartenente al movimento cittadino conservatore “Pro Chemnitz”, sull’integrazione dei migranti: “Einen Fuchskann man nicht in den Hühnerstallintegrieren” (“non si può integrare una volpe in un pollaio”). Nella baraonda generale, protagonisti sono stati quasi 6000 esponenti di estrema destra, circa venti civili feriti solo lunedì, e i cori dell’orrore che hanno portato alla ribalta il periodo più tetro della storia tedesca: “Wir sind das Volk!”

I dati

  • La Germania ha riportato il più alto numero di immigrati nel 2016 (1029.9 mila), seguita da Regno Unito, Spagna, Francia e Italia (300.8 mila). La Germania ha anche riportato il più alto numero di emigrati nel 2016 (533.8 mila), seguita da Regno Unito, Spagna, Francia, Polonia e Romania (207.6 mila).
  • Di 1029.9 mila immigrati:444.9 mila (43,2%) provengono da uno Stato membro; 505.0 mila (49%) provengono da uno Stato terzo; 80.0 mila (7,8%) sono apolidi, o non se ne conosce lo Stato di provenienza.
  • Il PIL tedesco nel 2017 è pari a 3,277,340.0 milioni di euro (2,561,740.0 milioni nel 2008, anno della crisi)
  • Il tasso generale di disoccupazione in Germania nel 2017 è pari al 3,8% (in Italia è pari all’11,2%).

Fonte: Eurostat

 

Nelle elezioni federali del 2017, AfD raggiunge il 12,6% dei consensi (non a caso, con un copioso bacino elettorale proprio in Sassonia). Nell’ultima settimana i dati vedono oscillare la CDU di Angela Merkel tra il 31,5 e il 27%, a seconda dell’istituto di ricerca, mentre AfD è in continua ascesa, con un consenso tra il 15 e il 18%.

Rilevazioni paradossali, eppure reali. Che cosa rivendicherebbe, dunque, un partito neonazista in un Paese che non mostra evidenti segni di cedimento alla crisi finanziaria? Forse la posta in gioco è tutt’altro che economica, allora. Forse Chemnitz è un caso isolato, forse no. Le dinamiche, gli sviluppi, le caratteristiche, si ripetono ovunque nelle stesse modalità (ammesso che Macerata ci abbia insegnato qualcosa): prima le insinuazioni, le reti di fake news, poi scoppia il caso, i cortei, e infine una maggioranza parlamentare che sembra quasi coerente. È evidente che in un Paese come la Germania, le argomentazioni contro il sistema di integrazione sono tutt’altro che legate a questioni di benessere generale.

Si può provare a fare un passo indietro, a questo punto, visto che gli stessi aderenti ai movimenti conservatori non hanno nascosto nostalgie per i tempi bui che furono. Nel ’29 crolla Wall Street e il Paese annega nel disordine totale. Certo, i flussi migratori non erano sicuramente così influenti come oggi, e infatti il colpevole non fu cercato fuori, ma dentro. Nella sua logica malata, l’odio fomentato si reggeva sui resti di un Paese ancora in agonia dopo il primo conflitto mondiale, con una forma di Stato tanto giovane quanto instabile, e un debito immenso. Oggi, non sono passati nemmeno trent’anni da quando quello stesso Paese si è riunito e rialzato, e la ruota torna a girare. Non è una novità che l’est subisca ancora il retaggio dell’influenza sovietica, ma di certo non si può parlare di povertà assoluta. E comunque, se la forbice sociale si è allargata negli ultimi anni, non è chiaro come questo sia attribuibile al flusso migratorio (per altro diminuito vertiginosamente dal 2015). Potremmo allora azzardare motivazioni di tipo storico-culturale. Negli anni immediatamente successivi alla fine del secondo conflitto mondiale, nelle zone d’influenza americana, inglese e francese, fu avviato un vero e proprio processo di denazificazione, mirato non solo alla persecuzione e alla ricollocazione degli aderenti al partito nazionalsocialista, ma soprattutto ad estirpare dalla coscienza del popolo tedesco il legame con esso. Furono attivati programmi di propaganda volti a colpevolizzare i tedeschi dell’accaduto, e a generare un senso di cosiddetta “responsabilità collettiva” (di cui le dichiarazioni di GünterGrass nel 2006 sono un ottimo esempio). Tutto ciò non accadde mai nell’area sovietica, dove anzi i militanti nazionalsocialisti ebbero facile avvenire nella nuova Repubblica Democratica. Che cos’è che, allora, ha riacceso la deriva nazionalista a Chemnitz? La domanda è valida ovunque, e occorre guardarsi intorno, individuare i veri colpevoli, affidarsi a statistiche reali. Certamente, il pericolo è incombente, e la maggioranza radicale al Bundestag non sarebbe un problema solo di rilevanza storica: che conseguenze avrebbe il ritorno al sovranismo statale, economia trumpista, recupero della linea nazionalista in campo sociale e culturale, e probabilmente la fine del sogno europeo?

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