Di Andrea Zhok

Hate speech e Fake News rappresentano due aspetti di un blocco concettuale unico, rappresentato dall’apparentemente nuova dimensione di minaccia presente in certe manifestazioni mediatiche di massa.
Sul tema dello Hate Speech (d’ora in poi HS) e delle Fake News (d’ora in poi FN) c’è però un fraintendimento fondamentale.
Tutti noi possiamo essere di volta in volta irritati o offesi da certe espressioni o da certe distorsioni del vero (o di ciò che riteniamo il vero). In questo senso è del tutto ovvio che chi si metta al capo di un’iniziativa volta a stroncare ‘manifestazioni d’odio’ e ‘falsità’ deve prima facie incontrare il plauso generale. A questo livello di discussione una battaglia contro odio e falsità è esattamente lodevole quanto una battaglia contro il male o la sofferenza. Altrettanto lodevole e altrettanto vuota.

Il vero problema nella presenza di HS e FN non è però rappresentato dalla loro mera esistenza. Il problema è invece in prima istanza un problema di Forza (1) e in seconda battuta un problema di Definizione (2).

1) La Forza è la componente cruciale che definisce la pericolosità di HS e FN. Che Adolfo nella sua tana si esibisca in un commento razzista è sgradevole, ma irrilevante. Che un gruppo organizzato si trasformi in una folla (dal vivo o in rete) nel colpire con offese e improperi qualcuno che ai loro occhi appare indegno, questo è un problema, e lo è non in forza della semplice opinione, ma in forza della pressione, psicologica e propagandistica espressa in quella opinione. Ogni qualvolta un gruppo, per convinzione o per manipolazione, si trasforma in un coro diffamatorio, offensivo, aggressivo (QUALE CHE SIA IL CONTENUTO) siamo di fronte ad un fenomeno che inizia ad assumere tratti preoccupanti: qui non si è più in presenza di opinioni e della loro discussione, ma la parola diviene atto, chiamata alle armi, incitamento.
Qui si può davvero parlare di ‘pericolosità sociale’ di HS e FN.

Ma una volta compreso che questo è il punto cruciale, cioè la capacità della ‘pressione di massa’ di trasformare un’opinione o un giudizio in una minaccia reale, si comprende come il fattore cruciale per contenere la ‘pericolosità sociale’ di HS e FN non riguarda i contenuti delle opinioni, ma la capacità di mobilitazione (la ‘forza’) di chi c’è dietro.
Una volta che vediamo le cose da questo lato, tuttavia, possiamo cominciare a notare che la maggiore forza di mobilitazione non ce l’hanno quasi mai i sodali di Adolfo il piccolo razzista, ma organismi politicamente strutturati, stati, multinazionali, personaggi politici prominenti.

Quando, per dire, una batteria di giornali europei suscita l’indignazione dell’opinione pubblica parlando di bombardamenti di civili con i gas in Siria (dimostratasi fake news), la capacità di pressione e le conseguenze politiche sono massive e, queste sì, pericolosissime (infinitamente più pericolose del commento sgrammaticato di Adolfo, razzista di periferia).
Quando si fomenta l’opinione pubblica preparandola ad accettare l’invasione di un paese straniero agitando boccette di presunte sostanze tossiche in una sede ONU, l’impatto di quelle fake news è devastante a livello planetario: da esse possono dipendere la vita e la morte di milioni di persone.
Ma naturalmente nessuna commissione, nessuna organizzazione internazionale dei diritti umani, metterà mai la museruola a quei soggetti, ovvero a chi davvero detiene la Forza.

Dunque, il primo punto da tenere fermo su questo tema è il seguente: il problema rappresentato da HS & FN è un problema legato alla forza del loro impatto, ma chi la forza per avere impatto la detiene davvero non verrà mai contenuto da commissioni, agenzie, comitati o quant’altro, la cui funzione reale (l’unica possibile) sarà di colpire duramente gli agenti di piccole dimensioni sul ‘mercato mediatico’.

2) E questo ci porta al secondo punto. Quando si parla di ‘colpire gli agenti di piccole dimensioni’ ci si potrebbe almeno consolare col fatto che, comunque, si farà almeno pulizia di opinioni indecenti a quel livello minore: poco, ma meglio che niente.

Ora, però, quando si parla di HS & FN ciascuno di noi ha la sua immagine preferita della ‘folla rabbiosa’ o della ‘massa ideologizzata’. Peccato che tra individui diversi queste immagini raramente coincidano. Si pretende che esista una sorta di ‘ovvietà naturale’ nel definire chi esercita HS+FN, ma naturalmente non è così.
Di fatto quando si discutono questi temi ci si assesta sempre su qualche caso esemplarmente ‘facile’ (cioè, sedimentato nel senso comune della maggioranza) e questa mossa retorica funziona bene nel presentare la malvagità di HS/FN. Così, se tiriamo fuori un commento con la bava alla bocca, volgare e razzista, possiamo fiduciosamente invocare il consenso.
Ma per questi casi, quelli pacifici su cui quasi tutti concordiamo, le leggi ordinarie di tutti i paesi del mondo hanno già mille modi per intervenire.

I casi davvero interessanti non sono questi, bensì tutti quelli in cui NON è ovvio di cosa si tratta.
Una campagna mediatica che boicotta una multinazionale, o le esportazioni di un paese è un ‘discorso d’odio’? Una contestazione antieuropea conta come discorso d’odio (xenofobia)? Lo è l’“odio di classe”? Lo è una contestazione religiosa contro i matrimoni gay? E una contestazione gay contro una confessione religiosa? Perché sì o perché no?

Il punto, che dovrebbe essere ovvio, è che non appena ci discostiamo dai pochi punti d’opinione su cui si sono costruite nel tempo maggioranze di quasi unanimità (nella nostra società), ci troviamo immediatamente in una terra incognita in cui la definizione diviene terribilmente controversa. Il fatto che anche qui, come su quasi ogni cosa, si possano trovare maggioranze e minoranze protempore non garantisce proprio nulla in termini di validità di un’opinione.

Questo è il luogo in cui la libertà di parola e opinione hanno la loro funzione fondamentale, consentendo il farsi e disfarsi di consensi o avversioni, e il consolidarsi o meno di credenze.
Se decidiamo di intervenire in questi ambiti (gli unici non già coperti da normative sedimentate), lo facciamo sovrapponendo un esercizio di FORZA ad un esercizio (per quanto sporco e confuso) di dialettica. Stiamo cioè agendo, che lo si intenda o meno, secondo un’agenda di tipo totalitario, dove hanno piena cittadinanza solo le opinioni del (momentaneamente) più forte.

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