«Nella società industriale si profilò un movimento nuovo che, quasi inosservato, era andato acquistando consistenza fin dal ‘400: dopo il 1750 l’industria entrò in una fase nuova, con differenti fonti di energia, nuovi materiali, obiettivi sociali differenti. Questa seconda rivoluzione moltiplicò, volgarizzò e diffuse i metodi e i beni prodotti dalla prima e si rivolse soprattutto verso l’espansione quantitativa della vita.

L’industria paleotecnica sorse dal crollo della civiltà europea e ne portò a termine il processo di distruzione. La preminenza passò bruscamente dai valori della vita a quelli del denaro. Per l’industria non era più sufficiente produrre i beni necessari alla vita: il lavoro non fu più una necessità dell’esistenza , divenne uno scopo a sé stante.

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L’industria inglese creò nuovi centri regionali, con tendenza a evitare le città e preferire i borghi e le contrade rurali sulle quali non si estendeva la competenza delle varie giurisdizioni. Un proletariato senza terra e senza tradizioni che si era andato progressivamente formando dal XVI secolo fu portato in queste zone e messo al lavoro nelle nuove industrie.

Le operazioni che si compivano nel lavoro non erano che la monotona ed incessante ripetizione di pochi movimenti, l’atmosfera era sordida, la vita che si viveva era vuota e barbara della peggiore barbarie. I salari, che non furono mai al di sopra della mera sussistenza, nelle nuove industrie tendevano a scendere per la concorrenza della macchina.

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Peinture de Dowlais Ironworks, George Childs

Assistiamo qui a qualcosa che non ha l’eguale nella storia della civiltà: non una caduta nella arretratezza per l’affievolimento di una civiltà più alta, ma un’eruzione di barbarie provocata proprio dalle forze e dagli interessi che in origine erano tesi alla conquista dell’ambiente circostante ed al perfezionamento della condizione umana.

In breve, siamo di fronte ad un complesso tecnico che non può essere inquadrato esattamente nel tempo; ma, se prenderemo il 1700 come inizio, il 1870 come apice della curva ascendente e il 1900 come inizio di una rapida fase di liquidazione, avremo conseguito una sufficiente approssimazione.

Capitalismo del carbone

Le grandi trasformazioni demografiche ed industriali che ebbero luogo nel secolo XVIII furono dovute all’introduzione del carbone come fonte di energia motrice, all’uso di nuovi strumenti per l’utilizzazione di quella energia (la macchina a vapore) e ai nuovi metodi di fusione e di lavorazione del ferro. Da questo complesso carbone-ferro sorse una nuova civiltà.

Nell’economia del globo lo sfruttamento su vasta scala dei giacimenti di carbone significò che per la prima volta l’industria cominciava a vivere su una accumulazione di energia potenziale, costituita dalle falci del periodo carbonifero, invece che su una produzione in atto. In concreto, però, le prospettive erano più limitate, e l’estrazione del carbone presentava degli inconvenienti che non si incontravano nello sfruttamento delle piante, del vento o dell’acqua.

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La miniera infatti è un’industria di rapina: il padrone della miniera non fa che consumare costantemente il proprio capitale, e man mano che gli strati superficiali si esauriscono il costo di estrazione diventa sempre più alto. Quando i giacimenti sono stati vuotati, le miniere devono essere chiuse ad una ad una, e tutto quanto rimane sono i detriti, i capannoni, e le case abbandonate.

I risultati psicologici del capitalismo del carbone – rilassamento dei principi morali, ricerca di fortuna senza fatica, indifferenza all’equilibro fra produzione e consumo, famigliarità con le rovine ed i detriti come parte del paesaggio umano di tutti i giorni – dichiarano da soli tutto il danno che apportavano.

La macchina a vapore

L’industria paleotecnica poggiava sulla miniera in tutti i suoi aspetti più rilevanti; i prodotti minerari dominavano la sua vita, determinavano le sue invenzioni ed i suoi sviluppi. Il centro urbano del XIX secolo divenne un’estensione della miniera di carbone: il costo del carbone aumentava con la distanza, per cui le industrie pesanti tendevano a concentrarsi vicino ai giacimenti carboniferi. Essere tagliati fuori dalla miniera di carbone significava rimanere lontano dalla fonte stessa della civiltà paleotecnica.

Le realizzazioni di Watt posero a loro volta l’esigenza di altri progressi nelle arti metallurgiche. Una volta stabilite nuove scale di valori, nuove proporzioni, nuove esigenze di regolarità, il vento e l’acqua non potevano più competere col vapore senza l’ausilio di qualcosa di nuovo.

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Azionate dalla macchina a vapore, illuminate a gas, le nuove fabbriche potevano lavorare ventiquattr’ore; perché non l’operaio? Il ritmo era segnato dalla macchina a vapore. Il vapore incoraggiò pertanto la tendenza, già presente nella divisione del processo produttivo, alla formazione di grandi complessi industriali.

La grande dimensione, imposta dalle caratteristiche della macchina a vapore, divenne a sua volta un simbolo di efficienza. I capitani d’industria non si limitarono ad accettare la concentrazione e la grande scala come un fatto tecnico determinato dai problemi della forza motrice, ma presero a credere in tutto ciò come in un segno di progresso.

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Lavoratori di una fabbrica tessile

Questo fatto finiva col drenare la popolazione delle zone interne, zone che durante la fase eotecnica erano state servite dalle strade e dai canali; con la integrazione della locomotiva a vapore e lo sviluppo dei mercati internazionali, la popolazione si andò ammassando nei grandi centri terminali, nei nodi ferroviari e nelle città portuali, fenomeno incoraggiato dal potenziamento delle nuove linee rapide a scapito di quelle secondarie e locali, le quali languivano o venivano addirittura soppresse. La prosperità di queste nuove aree urbane fu misurata in funzione del numero di nuove fabbriche, della entità della popolazione e del suo incremento.

La distruzione dell’ambiente

Il primo segnale dell’industria paleotecnica fu l’inquinamento dell’aria.La fumante ciminiera, che inquinava l’aria e sprecava energia addensando con la sua caligine le nebbie naturali e oscurando la luminosità del giorno, questo prodotto di una tecnica rozza ed imperfetta divenne il simbolo della prosperità.

In questo mondo paleotecnico le uniche realtà erano il denaro, i prezzi, il capitale, le partecipazioni azionarie; l’atmosfera circostante e la stessa esistenza umana venivano trattate come un’astrazione. L’aria e la luce del sole, dato il deplorevole fatto che non erano quotate in borse non erano poi nemmeno prese in considerazione.

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Nelle nuove industrie chimiche non si fece nessuno sforzo serio per evitare l’inquinamento dell’aria e dell’acqua, né per allontanare gli stabilimenti dai quartieri abitati. Il cielo limpido, in una zona industriale, stava ad indicare uno sciopero, una serrata o una depressione.

Difettando dei più elementari rudimenti della pulizia, di risorse idriche sufficienti, di qualunque regolamento sanitario, ed anche degli spazi aperti e dei giardini della primitiva città medievale, che consentivano delle forme sbrigative ma efficienti di eliminazione dei rifiuti, le nuove città industriali diventarono delle incubatrici di malattie.

La degradazione del lavoratore

Gli esseri umani furono trattati con la stessa brutalità usata verso il paesaggio: il lavoro era una materia prima da sfruttare come una miniera, da utilizzare fino all’esaurimento e poi lasciar perdere. Ogni responsabilità per la vita ed il benessere del lavoratore finiva con il pagamento del salario giornaliero.

La degradazione dei lavoratori era in atto in Europa da parecchi secoli, ma toccò il fondo verso la fine del diciottesimo secolo, grazie alla rapace astuzia ed alla miopia degli industriali inglesi. Verso la metà del Settecento il lavoratore specializzato si era ridotto a competere con la macchina.

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Gustave Dorè è stato uno dei massimi interpreti dell’Inghilterra vittoriana

Il primo requisito del sistema di fabbrica era quindi la castrazione delle capacità; il secondo era la disciplina, ottenuta con la fame; il terzo era l’impedimento esercitato attraverso il monopolio terriero e la diseducazione ad accedere ad altre occupazioni.

Ridotto alla funzione di un ingranaggio, il nuovo lavoratore non operava se non come parte di una macchina, e poiché non aveva gli incentivi del capitalista, ricchezza e prestigio sociale, le sole cose che lo tenevano legato alla macchina erano la fame, l’ignoranza e la paura.

Le linee generali stabilite dall’industria paleotecnica in Inghilterra, con il suo alto livello tecnico e i suoi operai posati e disciplinati, vennero riprodotte in tutti i paesi che si aprivano all’industrializzazione man mano che la macchina estendeva la sua conquista.

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Durante l’età vittoriana la povertà infantile era un problema estremamente drammatico

Cibi insipidi e rancidi degenerarono il senso del gusto e disordinarono la digestione: il gin, il rum, il tabacco forte resero meno sensibile il palato e stordirono i sensi: d’altra parte, il bere rimaneva la “via più breve per scappare da Manchester”.

Questa inibizione dei sensi, questa limitazione ed impoverimento del corpo fisico, creò una razza di invalidi, gente che solo in parte conosceva la salute, la forza, la potenza sessuale; solo quei tipi sociali che restavano al di fuori dell’ambiente paleotecnico, il proprietario di campagna, il canonico, il contadino avevano dinanzi a sé la prospettiva di una vita lunga e sana.

A tutto ciò seguì un diffuso insterilimento spirituale, e la mera capacità di leggere cartelli, scritte e giornali prese il posto di quella più larga formazione mentale che un tempo accompagnava le attività dell’artigianato e dell’agricoltura. La depressione dei valori vitali era un fatto universale, per cui una certa ottusità e lentezza dei riflessi, ossia uno stato di parziale anestesia, divenne un espediente per sopravvivere. Ma non potremo valutare il fenomeno della tecnica senza capire la mitologia che essa ha evocato.

La teoria del progresso

Nel secolo XVIII la dottrina del progresso era stata elevata a nozione fondamentale delle classi colte. L’uomo, secondo i filosofi ed i razionalisti, stava innalzandosi costantemente dalla superstizione, dalla ignoranza e dalla incultura ad un mondo sempre più perfezionato, “umano” e razionale.

Per la natura stessa del progresso, il mondo avrebbe continuato ad andare avanti, sempre nella stessa direzione, diventando sempre più umano, più confortevole, più pacifico, più comodo nei viaggi e, soprattutto, più ricco.

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Il progresso

Posto che il progresso fosse una realtà, se le città del secolo XIX erano sporche, quelle del XIII dovevano essere state di sei secoli più sporche, se era vero che il mondo diveniva sempre più pulito. La nozione del valore, nella dottrina del progresso, fu ridotta a un calcolo del tempo; ossia il valore era nient’altro che “movimento nel tempo”.

Nella dottrina del progresso rimanevano valide due nozioni che non hanno un necessario legame con l’avanzamento: il fenomeno della vita, nascita, sviluppo, rinnovamento e dissoluzione; e il fenomeno sociale dell’accumulazione, che è la tendenza all’accrescimento di quegli elementi del retaggio sociale che si prestano ad una trasmissione nel tempo.

Il partire dall’assunto che un momento successivo nel tempo debba necessariamente costituire un valore significa dimenticare i cicli ricorrenti della barbarie e della degradazione. I pensatori che si posero questa domanda, i Ruskin, i Nietzsche, i Melville furono infatti trattati come eretici, tenuti in disparte dalla società e condannati ad un’aspra solitudine che toccò i confini della pazzia».

Lewis Mumford, Tecnica e Cultura, Il Saggiatore, Milano, 1961

Il brano è un estratto del capitolo quarto di Tecnica e Cultura. Per agevolare la lettura, abbiamo omesso di inserire segni di sospensione.

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