Di Mario de Santis

Oggi che le nostre città sono sospese nel tempo, deserte, buie e la nostra mente  prefigura scenari distopici, forse è il momento della riflessione, è arrivato il tempo in cui immaginare delle città diverse, che oggi non ci sono, ma che forse noi possiamo immaginare.

Più di noi le aveva immaginate Calvino ,che nel 1972 pubblica Le città invisibili, un testo che è ritenuto il più poetico dell’autore, diverso dalla sua produzione consueta. Calvino è stato un maestro della narrativa
del Novecento, ha saputo estendere il campo narrativo tanto da fare di un semplice punto, detto Qfwfq, il
protagonista di alcune sue storie, fra cui “Le cosmicomiche” e “Ti con zero” e ha sempre conservato lo sguardo di un bambino , affettuoso e stupito.

“Le città invisibili” affascinano notevolmente il lettore, ci offrono suggestioni esotiche, orientaleggianti, è
un testo estremamente poetico, quasi ci si dimentica che sia scritto in prosa. La sua forza non è solo nel dato estetico, risiede piuttosto nella sua dimensione utopica. In nove capitoli assistiamo al racconto di
Marco Polo all’imperatore Kublai Kan, vediamo il confronto dialogico ( la dimensione dialogica appartiene
alle utopie fin da Platone) fra un viaggiatore e un imperatore, un uomo che viaggia e un altro fermo, al centro del suo impero, che è fermo ed ignora ciò che è fuori.

Marco Polo racconta di città molto diverse fra loro ma che si somigliano un po’ , poi scopriamo che tutte le molteplici città si riconducono ad un solo luogo, ovvero Venezia, la città acquatica. Calvino coniuga la capacità di immaginare alla critica sociale, è un’utopia perfetta.

Come in tutte le utopie, fin dal rinascimento , si immagina qualcosa di diverso per criticare la realtà, in questo caso Calvino critica il disastro delle città americane, amorfe, delle metropoli che sembrano tutte uguali, dove una periferia finisce e ne iniza un’altra.

Questo è un tema caro all’autore, che emerge anche chiaramente ne La nuvola di smog, dove si accompagna ad una forte critica all’industrializzazione che non tiene conto dell’impatto negativo sull’ambiente.

Calvino ha squarciato il velo di Maya che copriva il boom economico ne Le città invisibili, lo ha fatto con un testo che si colora di utopia anche se avrebbe
potuto usare più facilmente un registro distopico, sicuramente avrebbe venduto di più, ma il testo a quel punto avrebbe perso gran parte del suo valore, ci sarebbero rimaste solo delle immagini eleganti e
poetiche.

“Libri che profetizzano catastrofi ed apocalissi ce ne sono già tanti;scriverne un altro sarebbe pleonastico non rientra nel mio temperamento, oltretutto” scrive l’autore nella prefazione del libro.

Diamoci il tempo di riscoprire un autore che ha molto da insegnarci, che prima di noi ha saputo reinventarsi, aprendosi alle letterature straniere, in particolare a quella francese con l’applicazione di nuovi
canoni mutuati dallo strutturalismo, che è riuscito ad allargare il suo sguardo e a invertire la rotta più volte, non deludendo mai.

Uno scrittore mai allineato, la cui influenza è pesata non poco nella polemica fra
Vittorini e Togliatti, definito da Pavese “scoiattolo della penna” per la sua agilità nel destreggiarsi e nell’affrontare sempre nuove sfide narrative.

Calvino può insegnarci a reinventarci, a criticare il presente con tutta la vis polemica necessaria per immaginare un futuro diverso, delle città diverse, una nuova forma di industria, che sia attenta all’ambiente e non solo al profitto.

Abbiamo bisogno, come nei suoi racconti, di far diventare la tragicità qualcosa di
comico, per ripartire, necessitiamo di trovare quello sguardo del puer e la saggezza del senex.

Diventa una missione individuale e sociale che tutte e tutti siamo tenuti a compiere oggi, ognuno è fondamentale, ci insegna anche questo Calvino.

“Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra.
– Ma qual è la pietra che sostiene il ponte? – chiede Kublai Kan.
– Il ponte non è sostenuto da questa o da quella pietra, – risponde Marco, – ma dalla linea dell’arco che esse
formano.
Kublai Kan rimase silenzioso, riflettendo. Poi soggiunse: – Perché mi parli delle pietre? È solo dell’arco che
mi importa.
Polo risponde: – Senza pietre non c’è arco.”

Da Le città invisibili di Italo Calvino.

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