Questa storia si schiude su un istante di splendore. Così bella, così maledetta – questa storia che è pura epopea e profonda umanità -, legata al sangue, alla terra e al cielo. Sembra di vederli, lontani dalle inconvenienze della materia, loro due soli, per un istante, Carin von Kantzow ed Hermann Göring, promettersi a vicenda di respirare solo l’un per l’altro.

Lui, l’erede del Barone Rosso ed eroe della Prima Guerra Mondiale, porta via con sé in una notte d’inverno la baronessa von Kantzow, che acconsente di attraversare i cieli di Svezia con l’aviatore che la tiene con sé per poi chissà quando tornare, tornare da un marito e un figlio. Ma prima di tornare dirsi:«Possiamo solo volare, solo stare insieme, io e te. Andare avanti, e andare in alto».

Con questa promessa vivere insieme nella miseria di Weimar, sebbene «di quella vita fatta di poco, lei [Carin von Kantzow, ndr] fa festa». Nella miseria: lui che è stato l’«acrobata dei cieli» e lei una baronessa del Regno di Svezia. Ma all’indomani della guerra questa sorte – la Fame – non si cruccia dei titoli nobiliari. Fa sprofondare negli anfratti e negli abissi sia i sommersi che i salvati.

Carin von Kantzow e Hermann Göring

Come randagi trovarsi poi nel gioco degli eventi. Perché il Göring in questione diventerà, proprio lui, il Maresciallo del Reich, capo delle SS naziste. Così sconfitto ma allo stesso tempo abile nell’organizzare sotto lo sguardo orgoglioso di Carin, che non lo perde mai di vista, le squadre d’assalto naziste, trasformando così sé stesso nel vessillo del Male.

Eppure all’epoca era accolto come un eroe, con la sua medaglia Pour le Mérite sempre esposta sul petto, acclamato al fianco del Führer come salvatore della Patria. È il 1922 quando Hitler, giovane capo di un nuovo partito, il Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori, attira a sé Hermann Göring, spettatore ammaliato di un suo comizio.

«I giochi carnascialeschi dei parlamenti sono finiti», gli dice Hitler stringendogli la mano. «Tremi il nemico. Adesso gli eroi marciano al nostro fianco». Così dicendo, il Führer ottiene una risposta che è un sigillo di fedeltà:«Lego il mio destino, nel bene e nel male, al vostro». E così sarà, perché l’«asso dei cieli» che con tanto ardore ha dato forma alle SS, si porterà nelle vene la dannazione di quell’intesa per l’eternità. Diventando, lui che sfiorava le stelle, una bestia famelica, «non più un eroe indomito ma drogato sconfitto».

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Adolf Hitler ed Hermann Göring

Una storia d’amore tra demoni, quella raccontata da Pietrangelo Buttafuoco ne I cinque funerali della signora Göring (Mondadori, 2014). Un capolavoro di scrittura, anzi di riscrittura, come afferma lo stesso Buttafuoco, che è riuscito a restituire il respiro a fotografie, diari, epistolari e luoghi in un romanzo che non lascia scampo alle cattive intenzioni.

Perché questa è l’opera svolta: rendere giustizia non agli eventi ma ai sentimenti attraverso la scrittura. Raccontare di lei, la «divinità del Male», nella sua esistenza asserragliata da grandezza e  miseria, da chimere e tubercolosi. Lei che tutto dedica a Göring, l’assassino nazista condannato alla sconfitta e alla morfina.

Una storia d’amore, dunque. Ma perché raccontare una storia di demoni? «Perché da quella coltre d’oblio», dice Buttafuoco, «emergono delle storie di cui chi sa tenere la penna in mano deve occuparsi perché sarebbe solo stupido non parlarne».

«I miei pensieri sono con te. Devi sentire il mio amore ovunque, in ogni piccolo angolo, in ogni tavolo e in ogni sedia; nei miei pensieri bacio tutto ciò che ti sta vicino… quel caro, brutto, vecchio pavimento della cucina, il tuo letto, i tuoi libri. Piango, ti amo tanto, penso solo a te e ti sono fedele in tutto». Così parlò Carin von Kantzow, signora Göring.

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