«L’intellettuale è un signore che fa rilegare i libri che non ha letto», scriveva il grande Leo Longanesi descrivendo ante litteram il valoroso militante antifascista Christian Raimo. Il quale, scagliandosi proprio contro il più longanesiano degli scrittori italiani contemporanei, non ha perso occasione per prendere un altro pubblico abbaglio (capita a tutti, sia chiaro, ma Raimo fa del vizio una virtù).

Ed ecco che Raimo il Progressista, il Professore, il Consulente, si imbatte nella pubblicazione della nuova edizione di Ezra fa surf, libro di Adriano Scianca – giornalista e responsabile culturale di CasaPound -, e trova inaccettabile che ad averne scritto la prefazione, sei anni fa, sia stato proprio Buttafuoco. La sentenza è lanciata e l’equazione è pronta: non c’è dubbio, Buttafuoco è un fascista.

Pietrangelo Buttafuoco

Ma soltanto un “intellettuale” piccolo piccolo come Raimo, conosciuto non per la sua produzione letteraria ma per le sue liste di proscrizione emanate contro tutti gli intellettuali che la pensano in maniera diversa rispetto a lui e alla Murgia, poteva ridurre una penna straordinaria come quella di Buttafuoco  a quella categoria gretta e inquisitoria che prende il nome generico di “fascismo”.

A sostegno della sua tesi, Raimo porta due elementi fondamentali. Primo, Buttafuoco ha tenuto una conferenza a CasaPound la cui simpatia, a onor del vero, lo scrittore siciliano non ha mai nascosto (e allora?). Secondo, ad aggravare la sua posizione sul fascistometro ci sarebbe la pubblicazione di un romanzo intitolato Le uova del drago in cui, scrive Raimo, «i veri eroi sono dei nazisti clandestini che organizzano la guerriglia in Italia».

Buttafuoco andò da CasaPound. E non solo una volta. E a noi piace anche per questo coraggio: all’Italia serve come il pane uno scrittore che non si sciolga nella fogna della de-personalizzazione conformistica, e che faccia ciò che vuole senza dover chiedere scusa o peggio il permesso ai salotti intellettuali. Buttafuoco esprime idee fasciste? Nient’affatto. Proprio alla conferenza citata da Raimo, davanti ai giovani di CasaPound, Buttafuoco disse:

«Se cercate Dio, patria e famiglia li trovate più negli immigrati che in certi italiani. Se cercate i valori della Tradizione, li trovate tra chi con la fame sta costruendo un destino per i propri figli e non certamente tra le pecore legate alle pastoie del consumismo occidentale!»

Buttafuoco è nella Tradizione: una tradizione che si svincola dagli stereotipi che il progressismo liberale le applica con ritrita banalità, riducendo la religione alla reazione, la fede alla regressione morale. Da musulmano siciliano (il suo nome islamico è Giafar al-Siqilli), molto lontano dallo stereotipo del fascistoide italico in cui Raimo lo vuole imprigionare, Buttafuoco ha detto a Enrico Nadai durante un’intervista concessa ad Oltre la Linea:

«Basterebbe che ci fosse una reciprocità, da ricercare nella conoscenza; sarebbe auspicabile che i cristiani conoscessero profondamente la cristianità, così come i musulmani dovrebbero conoscere profondamente l’Islam. Sarebbe già un passo avanti per riconoscere l’una e l’altra religione. Spesso la religione diventa mera rappresentazione confessionale e non una approfondita consapevolezza della Tradizione».

Queste parole sono perfettamente in linea col senso del suo romanzo L’ultima del diavolo, in cui in forma mitologica, tra Sacro e Profano, viene incuorato l’incontro tra la civiltà cristiana e quella islamica. E poi, tornando all’ordinario post di Raimo, si legge del superficiale tiro in ballo de Le uova del drago. Già Corrado Augias aveva provato a mettere all’angolo Buttafuoco in diretta televisiva da Lilli Gruber dandogli dell’antisemita e poi domandandogli maliziosamente, a proposito dell’ambientazione del libro, il perché di questa sua passione per il nazifascismo. Lo scrittore siciliano rispose:

«C’è un’arte tutta liberale che è quella di voler zittire l’interlocutore o ridicolizzandolo o criminalizzandolo. Ho scritto questo libro perché sono convinto che sotto quella coltre di oblio ci sono storie di cui chi sa tenere la penna in mano deve occuparsi perché sarebbe stupido non parlarne. C’è solo una cosa che a un gentiluomo posso chiedere: pretendo le scuse».

Se Raimo avesse letto davvero Buttafuoco – i cui articoli dovrebbero esser recitati a teatro -, certamente non avrebbe emesso tale “fatwa” da saraceno del politicamente corretto. È legittimo a questo punto chiedersi sulla base di quali criteri l’intelligencja nazionale (o abbiamo dimenticato che Raimo è stato consulente del Salone del libro di Torino?) basi le sue analisi critiche, letterarie e politiche. In base a quali canoni promuove o stronca le parole degli scrittori. Quali sono le prospettive valoriali che indirizzano la diffusione e la promozione della cultura.

Non resta che esprimere sconcerto davanti al settarismo culturale esercitato dal professore e dalla sua cerchia ristretta di nobili parolai, la cui aristocrazia intellettuale e morale è qualificabile in base alla beneducata costanza con la quale mette le “mutande alle parole”. «Altrimenti alla mediocrità chi ci pensa?», ripeteva l’eterno assente Carmelo Bene.

Ce ne fossero di Pietrangelo Buttafuoco e di scrittori liberi come lui, che lasciano agli altri la pratica di scambiarsi vicendevolmente i più “autorevoli” premi letterari. Ce ne fossero. E allora abbasso i piccoli Christian Raimo e viva i grandi Buttafuoco!

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