Di Andrea Zhok

Il vicepremier Salvini mostra con sempre maggiore frequenza i suoi limiti. Sono limiti noti, limiti culturali, limiti umani, limiti politici e ora emergono anche limiti tattici.

Il cattivo gusto della recente strumentalizzazione di simboli cristiani è solo l’ultima di una serie di forzature che, se da un lato lo pongono sempre al centro delle discussioni pubbliche (e ciò è naturalmente voluto), dall’altro però crea anche un’assuefazione ed una stanchezza crescenti, non solo in chi non ne ha mai avuto stima, ma anche in chi ha dato recente consenso alla Lega.

Pian pianino la gente comincia a fare i conti. Come già accaduto per suoi predecessori nell’uso spregiudicato dei media (vedi Renzi), anche in questo caso il continuo rilancio personalistico ad un certo punto innesca una fase parabolica: la gente comincia a guardare a cosa hai fatto concretamente, e se quel che hai fatto non è all’altezza delle aspettative suscitate a colpi di rilanci retorici e rodomontate, allora gli entusiasmi popolari si smontano così rapidamente come sono cresciuti.

Il caso di Salvini tuttavia ha una caratteristica specifica, che lo mette al momento al riparo da parabole discendenti catastrofiche. Il vicepremier leghista è riuscito ad accreditarsi (grazie alla totale latitanza di tutte le altre forze politiche), come LA risposta ai problemi dell’immigrazione.
Salvini è identificato, in Italia, ma anche fuori d’Italia, come il portatore, rozzo, sgarbato, ma assolutamente fermo, di una politica che per la prima volta dice semplicemente di NO ad ulteriori flussi migratori.

Fino a quando questa sovrapposizione di Salvini con il NO all’immigrazione viene accreditata pubblicamente, la posizione del vicepremier leghista è al sicuro per quanto inadempiente o volgare egli possa apparire.

Il fatto che rispetto a queste posizioni tutte le forze politiche che aspirano ad essere ‘tutt’altro’ rispetto alla Lega presentino profili vaghi, compromissori, quando non addirittura neghino il problema, lascia a Salvini il monopolio di una posizione che è vincente, e resterà vincente per decenni.

La strategia della minimizzazione del problema migratorio, strategia perseguita per anni, continua a rimanere in campo, senza comprendere come, lungi dall’essere di fronte ad un ‘problema del passato’, siamo di fronte ad un ‘problema del futuro’.

Il fatto che il diritto internazionale, i patti intrauropei come quello di Dublino, i ‘diritti umani’ e le stesse aspettative civili creino un sistema di incastri il cui rigoroso rispetto rende sostanzialmente impossibile difendersi dai flussi migratori ha un’implicazione assai sgradevole: di fronte al perdurare, e aumentare, di tale pressione nel lungo periodo (tendenza universalmente prevista) la scelta di mancare di rispetto a quel sistema di norme, diritti e aspettative verrà sempre più premiata.

E in quest’ottica, personaggi con un profilo irrispettoso delle regole, prepotente o prevaricatore, continueranno a presentare elementi di attrattiva elettorale proprio per questi ‘difetti’.

Quando le regole comuni falliscono e la capacità di correggerle latita, i violatori delle regole acquistano credito.
E questo è storicamente sempre un pessimo segnale.

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