Di Enrico Nadai

Il giogo della politica ha condannato al tanfo sepolcrale non poche figure intellettuali del Novecento. Questo destino sfiorò il controverso, per alcuni patibolare, politologo Carl Schmitt, la cui memoria è ancor oggi divisa tra chi gli riconosce una lucida preveggenza, chi vorrebbe riconsegnarlo come un vecchio cimelio alla storia delle idee, chi con animo invelenito lo ritiene un filosofo sopravvalutato e chi assume verso di lui i “toni tribunalizi” – secondo l’espressione di Blumenberg – della reductio ad Hitlerum.

“Non possum scribere contra eum qui potest proscribere”, non posso scrivere contro chi può proscrivere, aveva dichiarato– citando Asinio Pollione– durante una conferenza del 1941. La sentenza basterebbe a riassumere una vicenda discussa e annosa, continuamente riproposta nel dibattito intorno al pensatore di Plettenberg: la sua adesione al nazismo.

Nel 1933 Schmitt, per una serie di ragioni non ancora definitivamente chiarite, scelse di prendere parte al partito nazionalsocialista pur avendone richiesta l’interdizione fino all’anno precedente. I suoi sospetti, approfonditi nello scritto “Legalità e legittimità”, si rivolgevano al dilagare degli opposti estremismi nella Germania degli anni Trenta. Tra le formazioni che suscitavano la sua preoccupazione era compreso il movimento sorto intorno alla personalità del futuro Führer Adolf Hitler il quale – in linea con gli articoli della Costituzione di Weimar – seppe poi legittimamente attribuirsi i pieni poteri.

35 anni fa moriva Carl Schmitt. Il maestro dello "stato d ...
Carl Schmitt (a destra) insieme a Ernst Jünger (1941)

Il ruolo politico del giurista fu breve, contrastato, senza che vedesse mai gli esiti auspicati. La sua adesione al nazismo nel corso del tempo divenne più simbolica che attivamente partecipata, seppure non limitabile ad un semplice dettaglio, come precisa il principale studioso italiano di Schmitt Carlo Galli. Con il trascorrere degli anni le tensioni con il regime si avviarono verso una progressiva recrudescenza, portando il docente dell’università di Humboldt a scoprirsi vittima della propria stessa scelta.

Cornice paradigmatica per un pensatore amato e odiato, tollerato e ostracizzato, sia durante gli anni del regime nazionalsocialista che dopo la Seconda Guerra Mondiale quando dovrà scontare due reclusioni per mano americana, il processo di Norimberga e l’esilio in una casa nella sua città natale, denominata San Casciano, in riferimento al comune dove Machiavelli scrisse “Il Principe”. È lecito credere non fosse possibile una prestazione intellettuale capace di penetrare così a fondo la modernità e le sue contraddizioni senza un urto violento con le circostanze storiche e culturali del suo tempo.

Uno spettro si aggira per l'Europa: Carl Schmitt | Libertà e Giustizia

Una lettura di Schmitt che ricercasse una qualche efficacia e completezza dovrebbe ad ogni costo rendersi prismatica, poiché in lui convivono una molteplicità di sfaccettature. C’è lo Schmitt esoterico e quello essoterico: la chiarezza cristallina dell’aforisma con cui introduce i suoi saggi coesiste con la volontà di farsi leggere tra le righe, lasciando ampie cromie al non detto; c’è lo Schmitt rubricabile tra i pensatori reazionari con tendenze autoritarie e tradizionaliste, che al tempo stesso si scontra con lo Schmitt irriducibile verso quest’etichetta, buona solo a rendere agibile un approccio pregiudiziale e – in via definitiva –inadeguato; c’è lo Schmitt antisemita che insieme a Heidegger e Hitler viene ingiustamente definito da Jacob Taubes un uomo guidato dal risentimento cattolico verso gli ebrei, sebbene il suo allievo Günther Krauss preciserà che le invettive schmittiane furono per lo più dovute al condizionamento letterario di George Bernanos e Léon Bloy piuttosto che al coinvolgimento nell’ideologia hitleriana. C’è poi lo Schmitt che si accosta al Benito Cereno di Melville, preso in ostaggio da schiavi neri e impossibilitato nel dire tutta la verità; e ancora lo Schmitt che si riconoscerà in Thomas Hobbes, il filosofo di Malesbury rimasto a lungo inascoltato e frainteso, sulla cui opera il giurista tedesco ritornerà con insistenza per l’intera vita.

Il pensiero schmittiano ha origine da una considerazione irrinunciabile: la distinzione eminentemente politica tra amico e nemico, Freund-Feind. La politica è concretezza e le astrazioni sono impiegate per esorcizzarne il volto di Gorgone. Essa è fatta di scontro tra compagini umane, fintanto da prevedere come ultima ratio il conflitto fisico e l’eventuale annientamento dell’avversario. Per questo l’antitesi amico-nemico deve essere qualcosa di esistenziale.

Non si tratta di un simbolo o di una metafora, e nemmeno di una concezione attribuibile al piano economico o morale. Schmitt tutela l’autonomia del concetto di politico, consapevole del rischio – soprattutto in epoca liberale – della sua neutralizzazione. L’amico indica l’unione, l’associazione e la vicinanza, laddove il nemico è l’estremo opposto: “egli è semplicemente l’altro, lo straniero e basta alla sua essenza che egli sia esistenzialmente, in un senso particolarmente intensivo, qualcosa d’altro e di straniero”.

Il nemico personale, l’inimicus annunciato dal precetto evangelico di Luca e Matteo allorché si raccomanda di amare i propri nemici(diligite inimicos vestros), non è il nemico della politica; l’avversario politico non ha nulla a che vedere con questioni individuali; esso è piuttostol’espressione di un nemico pubblico, l’hostis, con cui vi è la possibilità reale di un combattimento, una guerra,un polemos. Per questo il giurista di Plettenberg precisa che nella lotta millenaria tra cristianità ed islam mai un cristiano ha pensato che si dovesse cedere l’Europa, anziché difenderla, per amore verso i saraceni o i turchi.

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“Fra tutti gli ingegni che ho conosciuto Carl Schmitt è quello più bravo nelle definizioni”, sosteneva Ernst Jünger. E la chiarezza nelle definizioni equivale alla capacità di cogliere l’elementarità delle cose. Nel saggio del 1942 “Terra e mare” Schmitt, guidato dal criterio genealogico, si appella ai quattro elementi fondamentali: fuoco, acqua, aria e terra. Quest’ultimo è per lui “l’elemento destinato all’uomo e quello che più lo determina”.

Esso è la fonte del diritto. La terra ha morfologie definite da sé e divisioni imposte dall’uomo; “recinzioni e delimitazioni, pietre di confine, mura, case e altri edifici” rendono visibili i rapporti di potere e dominio di chi la abita. “Al principio di ogni grande epoca c’è quindi una grande conquista di terra”; la storia del mondo è una storia di appropriazioni territoriali che hanno rimodulato impressioni e punti di vista, definendo di volta in volta un ordinamento fondamentale, un nomos.

Ma la storia mondiale è anche il teatro di scontri tra potenze marittime e potenze terrestri, tra il potere liquido del Leviatano di hobbesiana memoria e quello tellurico di Behemot. Questa opposizione vede ad oggi la preminenza di un mondo oceanico, marittimo, senza stabilità né solidità, dove la legge liquida dei mercati deve imporsi su quella statuale. “Si apre un universo illimitato, illimitabile, infinito”, scrive il pensatore tedesco.
In Schmitt l’attenzione genealogica per il singolo evento storico, si sposa con il desiderio di ricavarne una visione cosmica (ma non universalistica); è una logica alle soglie della metafisica quella che si ripercuote nelle sue opere, la stessa che avverte l’operare di un’intelligenza elementare, spesso diabolica e disgregatrice, in seno alla storia universale.

il Mulino - Volumi - CARL SCHMITT, Sul Leviatano

Nel gioco delle ambivalenze Schmitt è il filosofo della madre terra, nondimeno è anche il pensatore che indaga intorno al divino nei suoi echi politici. In “Teologia politica” egli sostiene che il pensiero giuridico europeo – riprendendo un’intuizione leibniziana – non è altro che un pensiero teologico secolarizzato. Il sovrano governa lo stato di eccezione, ovvero la sospensione della normalità della legge usuale, così come Dio governa la rottura della continuità storica con il miracolo.

È a partire dall’Illuminismo che la credenza nell’intervento divino sulle faccende terrene viene quasi completamente sradicata, eliminando specularmente lo stato di eccezione sul piano della giurisprudenza. Su questa linea razionalista il moderno Stato, dopo la Rivoluzione francese e l’inefficacia del Congresso di Vienna, non ha più ricevuto legittimazione da una tradizione dinastica, ma direttamente dal popolo. Diverso l’interesse di Schmitt, che guarda con favore al decisionismo di Donoso Cortés, Joseph De Maistre o Louis De Bonald, senza tuttavia sposare incondizionatamente le loro tesi o eclissare il proprio pensiero con quello altrui. Frattanto il giurista tedesco dovette assistere con sospetto all’inverarsi storico dello Stato di matrice positivista: relativistico, impersonale e democratico.

Carl Schmitt | Filosofía política, Teoría política, Filosofía

A scapito della tesi che vuole Schmitt un autore senza utilità per decifrare le categorie e i paradigmi concettuali della realtà politica attuale, c’è da rammentare come questi riscontrò l’avvento di una “tirannia dei valori”, come la chiamava Nicolai Hartmann, dove l’ostilità verso il nemico prende le forme di una criminalizzazione intransigente ed esclusivista. Una volta tramontato lo jus publicum europaeum si assiste al ritorno di una“guerra giusta” unilaterale, priva di misure nei mezzi impiegati nel condurla e nell’adeguatezza della condotta.

Il rispetto per l’avversario viene meno e la battaglia assume le forme di un conflitto valoriale dove non esiste un prezzo troppo alto da far pagare a chi è portatore di valori differenti. In questo modo si consente di “ripagare il Male con il male, trasformando così la nostra terra in un inferno, ma l’inferno in un paradiso di valori”. Una volta che il valore si rende tiranno, pretende di comporsi a ethos universale; è così che il vocabolario della politica si arricchisce di parole confortanti: umanità, libertà e pace. Le stesse parole sbandierate allorché vengono a consumarsi i conflitti e le disumanità più abbiette. E questa è una storia già sentita.

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