Il Tg1 della sera del 31 dicembre 1999 riferisce:«Finisce in anticipo l’era El’cin. Pieni poteri all’astro nascente Vladimir Putin che proseguirà la politica di zar Boris». Vent’anni dopo, un referendum popolare sancisce la possibilità di far restare Vladimir Vladimirovič al potere più di tutti gli zar.

Alla fine degli anni novanta la cerchia ristretta che ruotava attorno a El’cin, la cosiddetta “Famiglia” – la nuova casta nata dopo la dissoluzione dell’Urss – era da tempo alla ricerca di un successore che potesse proseguire la presidenza del “Corvo Bianco” coerentemente agli interessi dei nuovi oligarchi.

Il primo a nominare Putin fu
proprio uno dei più potenti di loro, Boris Berezovskij. Inizialmente l’élite non reputò la nomina di Putin una scelta opportuna per via della suo passato nel Kgb, cosa che avrebbe potuto generare inquietudini e cattivi ricordi tra la popolazione, contraddicendo la narrazione “democratica” della propaganda del Cremlino.

Tuttavia Berezovskij riuscì a convincere la
Famiglia, spiegando che «a Putin non interessa il potere per il potere» ma «il prestigio», e che «al potere devono esserci quelli che non lo
vogliono». «Putin è così», disse Berezovskij, «con lui è solo necessario accordarsi come si deve». Un errore di valutazione che gli costò la vita.

La sorte che toccò a questi pochissimi oligarchi è ormai storia. Tra loro e Putin scoppiò una guerra senza esclusione di colpi. Sbarazzandosi di loro, senza fermare le privatizzazioni ma nazionalizzando i colossi energetici del Paese, lo zar è riuscito a creare una nuova classe di oligarchi che rispondesse direttamente a lui.

L’Occidente prima lo ha amato e poi detestato. Faceva comodo un autocrate che proseguisse la strada di Boris El’cin: privatizzazioni, avvicinamento alle istituzioni finanziarie e politiche occidentali, liberalizzazione del mercato, appropriazione indebita delle risorse del Paese da parte dei nuovi oligarchi. Ma l’opinione occidentale su Putin è cambiata in fretta, essendo oggi la Russia di nuovo un contraltare degli Stati Uniti e della Nato.

Putin lo si capisce solo se viene storicizzato. Andò al potere quando la Russia era al collasso economico, sociale e morale. Dopo il crollo dell’Urss l’aspettativa di vita si era terribilmente abbassata, i tassi di alcolismo erano in crescita esponenziale, la criminalità si diffuse ovunque, insieme al totale smarrimento ideologico, identitario e politico dei russi.

Putin mise le cose a posto. Ha portato via il Paese da una delle crisi peggiori della sua storia, ha ripreso il controllo delle istituzioni, vivendo un decennio di pura gloria. Ma la Russia non è Mosca e neanche San Pietroburgo: nonostante la nascita di un ceto medio il livello di diseguaglianze economiche e sociali è vergognoso.

E poi la Cecenia, il “disonore russo”, il terrorismo, la violenza della polizia, la squallida corruzione dei tribunali e delle istituzioni, lo squilibrio tra il welfare e le spese militari, la censura, i prigionieri politici, tutte queste sono criticità della Russia che rendono questo Paese estremamente contraddittorio. Pieno di bellezza e di dolore.

Vasilij Grossman scriveva :«Quante cose aveva visto la Russia nei mille anni della sua storia. […] Una sola cosa la Russia non aveva visto nei suoi mille anni: la libertà». Il marchese de Custine lo definì «il Paese più bello abitato dagli uomini più tristi». Il poeta Tjutčev invece scrisse:«Non si può capire la Russia con la mente: nella Russia si può solo credere».

Quindi Putin fino al 2036? Si vedrà. Nel frattempo, non sotto il profilo morale e politico ma dal punto di vista dell’osservatore, di uno studioso di storia della Russia, non si può che restare affascinati da una figura così complessa messa a capo del Paese più grande e difficile del mondo. Così padrone del suo popolo e così terrorizzato dal suo popolo.

Nel frattempo ecco due testi  fondamentali:

La Russia di Putin (Anna Politkovskaja, Adelphi, 2004);

La sfida di Putin: come cambierà la Russia (Yurii Colombo, Manifestolibri, 2018)

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