Percepire il sopraggiungere assordante dello stridìo di un treno, che passa senza neppure aspettarti, essere travolto dalle nere pareti mutilate da graffiti di disperazione, non vedere la luce del sole da tempo immemorabile, morire nella tua fissità, non riconoscere più il sapore del tempo che passa: chiedetelo ai carcerati di Folsom.

Avere ucciso un uomo solo per vederlo morire, ricordare il suo volto per l’eternità, sprofondare nel baratro del rimorso, la trasgressione, la nausea, l’abbraccio del peccato e quel maledetto, micidiale stridere del treno: chiedetelo ai carcerati di Folsom.

Immaginare che da qualche parte nel mondo c’è qualcuno che si fotte le migliori donne, si fuma sigari di ottima qualità e vive nella noia delle sue innumerevoli scelte; il doversi alzare, destreggiarsi in spazi angusti, fumare sigarette a cui doni la tua inutile vita, mangiare merda, veder piombare un’oscurità perenne, non accarezzare la luna, sapere di non poter essere liberi: chiedetelo ai carcerati di Folsom.

Commuoversi al sapere che c’è un poeta a parlare di loro, pregare di non di essere perdonati, quanto di perdonarsi, non conoscere l’amore e le sue assurdità, raggomitolarsi nell’inderogabile solitudine, essere schiacciati dal vincolo della necessità e morire d’invidia per quel treno che nutre l’infinita libertà, la contingenza, la sacrosanta possibilità: chiedetelo ai carcerati di Folsom.

I carcerati di Folsom sopravvivono di speranza: perché, ricco e fortunato passeggero, puoi scommettere che se ci liberassero da questa prigione, se quel treno fosse nostro, lo spingeremmo ancora lungo quel tragitto infinito. Perché ci sarà, deve esserci, un giorno in cui il fischio del treno porterà via la nostra tristezza. Sentitela. È vostra!
Uno dei tanti carcerati.
Grazie Johnny

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