Di Anna Mantovani e Lorenzo Ferrazzano

«Ma la volete sapere qual è la vera ragione per la quale sono qua? Perché a 93 anni, dopo avere scritto oltre 100 libri, creato situazioni continue, personaggi, avere fatto il regista di teatro, di televisione, di radio, eccetera… in questo silenzio che si sta creando dentro di me, mi è venuta la voglia non di capire, perché sarà assai difficile capire, ma intuire cosa possa essere l’eternità.»

Salutiamo Andrea Camilleri, siciliano di scoglio e di mare aperto, che ha fatto della sua «sicilitudine» patrimonio personale per proiettarsi su un altro orizzonte. Con il boom di Montalbano scoppia il caso Camilleri: scrittore, regista, uomo di teatro ma, sopra ogni altra cosa, galassia di sapere, il cantastorie di Porto Empedocle ha inciso negli italiani quell’arte tutta strapaesana del racconto, dal quale nessun lettore è capace di voltarsi verso altri pensieri.

Come Totò, Camilleri è trasversale a tutti i generi e le età. Ne resta rapito il bambino come il vecchio, senza distinzioni di sorta tra chiunque abbia la fortuna di tenere tra le mani libri come Maruzza Musumeci o Il birraio di Preston. Scandendo lentamente le parole, ognuna soppesata a dovere, Camilleri ha parlato all’Italia profonda, al pescatore e al medico con lo stesso linguaggio, cercando umilmente – lui che sedeva sul piedistallo – di essere all’altezza del nostro cuore.

«Mi chiedono come faccio alla mia età ad essere ancora arrabbiato. Ma io mi stupisco di come si faccia a non essere arrabbiati!», disse lo scrittore anni fa mentre vedeva quell’Italia, che aveva conosciuto più di tutti, trasformarsi insieme al mondo del nuovo millennio. Lui che ricordava il meglio dell’Italia – i dialetti e l’ironia, il genio e la goffaggine – e che per racchiudere tutto questo in uno spazio aveva inventato Vigata.

Noi, che alla sua parola dobbiamo tanto, lo ricordiamo con questo suo racconto, tessera di un mosaico che ha determinato l’uomo che abbiamo conosciuto, che da Porto Empedocle lo ha portato al caffè letterario ‘Giubbe Rosse’ con Montale e Pratolini, a Firenze, a Roma, fino ad arrivare alla pubblicazione de “La forma dell’acqua”, primo dei racconti del commissario Montalbano.

«Se sono in grado di spiegare Dante ai miei figli o divertirmi a farlo all’Accademia Nazionale dell’Arte Drammatica io lo devo a Manuele Cassesa. E a lui devo alcuni miei personaggi, oltreché parecchie lezioni di vita» – afferma Camilleri nell’intervista concessa a Sorgi, curioso di conoscere la storia della sua istruzione durante il Fascismo.

Ci spiega Camilleri:«Cassesa era il mio professore di italiano al liceo. Uno straordinario uomo che al primo liceo, in piena epoca fascista, quando bisognava portare la camicia nera, arrivava con il cappotto, l’impermeabile abbottonato fino al collo, perché si vergognava a indossarla.

Al primo giorno si presentò così: sentite, ho fatto i conti, per quello che io valgo, e per quello che mi passa lo Stato, io non vi posso fare più di sei lezioni l’anno […] Fece le prime lezioni spettacolari, straordinarie, capii tante cose della nostra lingua e della nostra letteratura.

Così metà della classe rimase in sospeso quando annunciò: con ciò finisco le mie lezioni. E no professore, si ribellarono i
miei compagni, lei non può fare in questo modo. Lui disse: ci possiamo mettere d’accordo, mi fate trovare sulla cattedra un pacchetto di Milit, le sigarette di allora, le peggiori. E noi gli facemmo trovare le Milit.»

Da un pacchetto di sigarette scadenti e dall’insolenza di un professore inizia a prendere forma l’arco di vita di un uomo che si è scontrato con la realtà italiana opponendo all’obbligo dell’impegno dello scrittore organico la validità e la forza dell’ironia di uno scrittore siciliano sfuggito alla guerra. Uno scrittore che con le parole riusciva a rendere giustizia si sentimenti.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Inserisci il tuo nome