Quando del coronavirus si era ancora dell’opinione “è solo un’influenza, sono a rischio solo malati e anziani”, si leggeva tra le righe di queste affermazioni “malati e anziani possono anche morire”. Questo cinismo darwinista del sopravvive il più forte, stona con la vulgata del “restiamo umani”, perché è evidente che questo umanitarismo emerge solo quando si parla di uomini che hanno un colore della pelle diverso dal nostro. Vorrei non scadere nella politica, ma essa è ovunque.

Questo cinismo non è casuale, è figlio di un’ideologia progressista che proietta la felicità nel futuro e condanna come male tutto ciò che lega il passato al presente. La tradizione in senso lato è intrinsecamente maligna e in quanto tale va condannata a priori. Gli anziani sono la personificazione di questo legame tra passato e presente, di conseguenza vengono percepiti come argini al dispiegamento del progresso. A quanti di quelli che hanno avuto la fortuna di conoscere i propri nonni, è capitato di sentire da loro frasi del tipo “si viveva meglio ai miei tempi” o “si stava meglio quando si stava peggio”? Perché fanno queste affermazioni, sono folli a rimpiangere gli anni della povertà generalizzata, dove ciò che noi diamo per scontato, per loro non era nemmeno lontanamente immaginabile?

No, non sono folli. A pensarci bene, lo facciamo anche noi quando osserviamo le nuove generazioni e le paragoniamo alla nostra infanzia, è cambiato qualcosa e tutti hanno la sensazione che questo cambiamento porta con sé qualcosa di negativo, avvertiamo che qualcosa si è perso, anche se fatichiamo a definirlo. Se questa degenerazione la percepiamo noi riferendoci a ciò che abbiamo vissuto non più di 10-15 anni fa, proviamo ad immaginare cosa percepisce un anziano che ha visto mutare il mondo negli ultimi 80 anni. Considerando anche che nel corso degli ultimi decenni, c’è stata un’accelerazione al progresso tecnico che ha cambiato radicalmente la società.

Questo dovrebbe farci riflettere sul nostro passato e sul rapporto che dobbiamo avere con i genitori e i nonni. Il cosiddetto progresso porta con sé una perdita della genuinità della vita. Mio nonno non ha la più pallida idea di che cosa sia internet, ciò non gli ha impedito di avere amici, di condividere gioie e dolori, di esprimere la sua opinione, mentre io in questo momento sto scrivendo parole che potenzialmente potrebbero arrivare dall’altra parte del mondo, lette da un perfetto sconosciuto che mai guarderò negli occhi, a cui mai stringerò la mano.

Gli anziani hanno sempre una storia da raccontare, magari ti raccontano la stessa storia cento, mille volte, ma negli anni ho capito che quello è un modo per affermare la loro presenza nel mondo, per non essere dimenticati, per dire che la loro vita non è stata vuota, per ribadire che loro non si riconoscono nel presente, per essere da monito per noi giovani che purtroppo abbiamo smesso di ascoltarli perché ci reputiamo “moderni”, come se la modernità avesse portato la felicità all’uomo. Provate a chiedere a vostro nonno cos’è un antidepressivo, probabilmente non vi saprà rispondere.

Quel legame che lega il passato al presente, non è un male, è ciò che ci definisce. La moria di anziani porta con sé un danno: recide quel legame, ci spinge forzatamente nel presente e ci proietta ancor di più nel futuro. Per questo umilmente dico: ascoltate le storie dei vostri nonni e magari segnatele su pezzi di carta per poterle rileggere quando non ci saranno più, potrebbero insegnarvi ad apprezzare di più quello che avete, noi non siamo come loro e mai potremmo esserlo, però loro giocavano nel fango e non si lamentavano, non mangiavano ciò che mangiamo noi e non si lamentavano, avevano vestiti sgualciti che passavano di fratello in fratello e non si lamentavano, hanno visto i genitori imbracciare un fucile con l’angoscia di poterli perdere in guerra, hanno fatto sacrifici che noi nemmeno immaginiamo; lo hanno fatto per la famiglia, perché in fin dei conti essa è tutto ciò che conta nella vita. Dobbiamo proteggerli e non trattarli come se fossero un peso.
Dopo questa sviolinata emotiva che non è da me (sarà colpa dell’isolamento), mi sbilancio e concludo: di fronte a loro dovremmo solo chinare il capo, noi non siamo “migliori” perché “moderni”, siamo solo nati dopo.

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