Di Andrea Zhok

Il tema dell’autonomia differenziata è un tema cruciale quanto complesso.
La difficoltà a trattarlo sta soprattutto nel fatto che al momento abbiamo a che fare con enunciazioni di principi generalissimi e con mere voci di corridoio rispetto ai dettagli di una possibile intesa.

Avviare una battaglia sui principi generali del regionalismo rischia di essere da un lato un’operazione fuori tempo massimo e dall’altro l’ennesima strumentalizzazione della cittadinanza, che verrebbe polarizzata su questioni altisonanti quanto vaghe, in modo da consolidare elettoralmente gli estremi. Qualcosa di cui c’è davvero scarso bisogno.

Peraltro, sui principi del regionalismo, indignarsene ora, dopo che da 18 anni sta scritto in Costituzione che alle Regioni è riconosciuta l’autonomia legislativa e l’autonomia finanziaria circa le entrate e le spese, suona un poco ridicolo.
Se qualcuno voleva contestare quei principi aveva tutto il tempo per organizzare una controriforma del Titolo V.
(Detto questo, se, per quanto in ritardo, qualcuno propone di rimettere in discussione quell’obbrobrio, io ci sto.)

I punti di contestazione più realistici sono quelli relativi all’implementazione specifica, su cui per il momento abbiamo indicazioni assai vaghe. Ma per quanto vaghe, le cose che sembrano essere trapelate sono comunque interessanti.

In prima istanza ci troviamo di fronte ad una massiva richiesta di maggiore autonomia su numerose materie (23 per il Veneto, tra cui: rapporti internazionali; commercio estero; sicurezza del lavoro; istruzione; ricerca scientifica e tecnologica; tutela della salute; protezione civile; governo del territorio; porti e aeroporti civili; reti di trasporto e navigazione; produzione, trasporto e distribuzione dell’energia; previdenza complementare e integrativa; coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; organizzazione della giustizia di pace; ecc.).
Già questo elenco delinea tratti di autonomia che pongono la regione sostanzialmente in una posizione prossima a quella di una nazione indipendente.

Ma a mantenere un vincolo con l’entità statale nel suo complesso sarebbe ancora la redistribuzione del cosiddetto ‘residuo fiscale’. Siccome per passare dall’autonomia su carta ad un’autonomia effettiva c’è bisogno di accesso alle risorse necessarie, il punto di caduta ultimo della questione diviene quello finanziario.

E su questo punto le bozze di intesa delineano uno scenario dove la distribuzione delle risorse necessarie all’esercizio dell’autonomia avverrebbe sulla base di:
a) fabbisogni standard, determinati sulla base della popolazione residente e,
b) gettito fiscale maturato sul territorio regionale.

Se le cose stanno così, e per ora, da quel poco che si sa, le cose starebbero proprio così, una regione con maggiore raccolta fiscale avrà molto semplicemente accesso a risorse maggiori per esercitare la propria maggiore autonomia legislativa sulla quasi totalità delle materie che caratterizzano la gestione della cosa pubblica.

Sotto queste premesse, ciò di fronte a cui ci troviamo è una secessione mascherata (e invero neanche tanto mascherata).

La maschera usata sarebbe quella, sottilissima, di ritenere automaticamente più efficiente una gestione locale, decentrata delle risorse (le preclare virtù gestionali della Regione Sicilia, che in queste condizioni è già, mi sembrano parlare da sole).

Dunque, se le cose stanno così, anche solo approssimativamentente così, qui non c’è proprio niente da discutere.
Si tratta di un progetto eversivo, che mette a repentaglio lo stato unitario; e se passa una cosa del genere, le barricate in strada sono quello che dovete aspettarvi: l’unica reazione possibile all’altezza dell’aggressione.

Se invece le cose non stanno affatto così, se è stato tutto un malaugurato fraintendimento, benissimo, siamo tutt’orecchi.

Suggerirei però sommessamente agli amici al governo di sforzarsi di essere assai convincenti, con le loro spiegazioni. Perché non tira una bella aria.

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