Stamattina intorno alle 9 Facebook ha oscurato la pagina de Il Primato Nazionale, il giornale di CasaPound. Si tratta di un’operazione realizzata sulla scia di altre censure che riguardano direttamente i “fascisti del terzo millennio”, a cui era stata già oscurata la pagina del segretario nazionale, di alcuni esponenti più noti e della pagina ufficiale.

In quei giorni sui social si cantava vittoria: grazie alla determinazione decisionale di Facebook, i fascisti stavano “tornando nelle fogne”. Poco importa se un partito riconosciuto dalla legge italiana venga sottoposto a censura su un social network privato che non è un banale social network, ma il principale campo attraverso cui la politica oggi comunica.

Noi de Gli Indifferenti pubblicammo questo articolo del professor Zhok, in cui denunciavamo l’assoluta arbitrarietà con la quale un’azienda privata ricopriva il ruolo dello sbirro, laddove lo Stato – sulla base delle sue leggi – non riteneva necessario intervenire. Il raggio d’azione di Facebook, avvertivamo nell’articolo, non si sarebbe limitato a CasaPound ma avrebbe potuto impunemente estendersi ai partiti di tutte le aree politiche e ai giornali di tutti gli orientamenti.

E infatti soltanto poco tempo dopo Facebook ha dato vita ad un lavoro da vera e propria inquisizione, oscurando anche le pagine legate alla “sinistra”, oltre che il quotidiano comunista Contropiano. Ed è proprio di questi giorni la notizia che anche la pagina Latino America (20.000 followers), che raccoglie gli articoli filo-socialisti e non certo fascisti sull’America latina pubblicati da L’AntiDiplomatico, ha ricevuto le prime minacce di rappresaglia da parte dei funzionari informatici di Facebook.

Il cortocircuito era partito: qualcuno, ma non tutti, presero coscienza del fatto che la “censura liberal” non risparmia nessuno e se ne infischia degli orientamenti di “destra” o di “sinistra” dei giornali e dei soggetti colpiti, categorie che ormai non rappresentano più un efficace riflesso politico-teorico del nostro momento storico, tanto da venir trattate allo stesso modo e senza distinzioni da parte di chi detiene davvero il “potere”, come appunto Facebook.

Dopo aver oscurato indiscriminatamente, senza fornire alcuna spiegazione e in spregio alle norme nazionali pagine di tutti gli orientamenti politici, Facebook censura anche la pagina de Il Primato Nazionale. Il quale potrà avere tutti i difetti di questo mondo ma è una testata giornalistica regolarmente registrata al tribunale di Roma, legalmente accettata dallo Stato italiano – il quale non ha mai ritenuto necessario intervenire in suo sfavore -, e soprattutto riconosciuta dall’Ordine dei giornalisti. Una testata perfettamente legittima secondo le leggi italiane.

Come se non bastassero le bufale o le gravi omissioni dei quotidiani nazionali, di cui si potrebbe parlare a lungo, Facebook – che è la piazza più grande di transito di informazioni e immagini – attraverso degli algoritmi getta nel buio attività editoriali perfettamente legittime e pienamente inserite nel sistema della democrazia, vanificando con un messaggio che non fornisce alcuna motivazione della censura non solo investimenti di energie e di denaro, ma anche la circolazione delle opinioni.

Che tempi sono quelli in cui la dialettica politica e la produzione intellettuale vengono mortificate da un automa informatico messo in piedi da un’azienda privata sovranazionale? Allora bisogna capire, una volta per tutte, che il campo di scontro principale, il vero “antifascismo” dei nostri tempi non consiste nella semplice (seppur necessaria) celebrazione dell’Italia partigiana ma soprattutto nella guerra al primato del privato sul pubblico.

Questo è il grande terreno di scontro dei nostri tempi. Tempi in cui il sistema socio-economico capitalista, parallelamente allo sviluppo delle tecniche e della divisione del lavoro, ha costruito degli apparati amministrativi, basati sulla burocrazia, del tutto indipendenti dagli Stati. Tempi in cui le aziende private si dotano di propri apparati burocratici composti da algoritmi in divisa e formule informatiche inquisitorie. Le quali agiscono alla luce di banali direttive del tutto generiche (incitazione all’odio, spam, contenuti violenti), e non in base a leggi stabilite da uno Stato che riflettano le necessità particolari dello Stato stesso.

Tempi in cui fenomeni caratteristici della modernità, come quello che Max Weber chiama “razionalizzazione”, si sono estesi ad ogni angolo dell’esistenza umana. La razionalizzazione è quel processo in cui determinati aspetti della vita sociale diventano oggetto di mero calcolo quantitativo, a tutto danno della qualità: l’operaio ha valore solo in quanto il suo lavoro è oggetto di calcolabilità del salario, ogni azione viene valutata in base allo scopo, la “standardizzazione” sociale si afferma sulla specificità e sulla particolarità delle relazioni tra gli individui (è più facile rendere calcolabile e prevedibile un insieme omogeneo piuttosto che disarmonico), e tutto diventa oggetto di pianificazione.

Il corrispettivo socio-amministrativo di questo fenomeno, secondo Weber, è appunto la burocrazia. Ma Weber non avrebbe mai immaginato che la burocrazia di un’azienda privata avrebbe preso il sopravvento sulle leggi nazionali, ritagliandosi di fatto spazi di potere che vanno ben al di là della legittimazione politica che può rivendicare una multinazionale priva di qualsiasi obbligo nei confronti della società, sulla quale comunque esercita un’influenza totalizzante.

Sui social tanta gente sarà euforica per la censura subita da Il Primato Nazionale. La redazione de Gli Indifferenti, pur non condividendo le loro posizioni politiche dichiaratamente neofasciste, esprime solidarietà alla redazione di Adriano Scianca, giornalista iscritto regolarmente all’Ordine.

Non può essere una multinazionale americana a gestire i contenuti e gli equilibri del dibattito pubblico italiano. E se ieri la censura ha colpito Contropiano e oggi Il Primato Nazionale, domani può tranquillamente colpire anche noi. Senza giustificare l’origine di quella “censura liberal” che tanto piace ai progressisti e ai fanatici delle liturgie del neoliberismo.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Inserisci il tuo nome