È notte quando la Sea Watch-3 entra nel porto di Lampedusa dopo 17 giorni in mare, dopo aver soccorso 53 migranti a 45 miglia dalle coste libiche. L’Ong trasporta “persone particolarmente vulnerabili quali 9 donne di cui 2 incinte, 2 neonati, 4 minori non accompagnati, persone che hanno ustioni da carburante e 8 stranieri che riportano esperienze di schiavitù, torture e abusi anche sessuali e necessitano di cure”, come riportato in una delle prime mail di segnalazione.

I più bisognosi vengono soccorsi e fatti sbarcare immediatamente in Italia, gli altri dovranno aspettare che sulla loro pelle vada in scena, ferendoli, il teatrino delle propagande politiche. Da una parte chi difende la legge dello Stato, dall’altra chi invoca la disobbedienza civile. Il Viminale non dà infatti nessuna autorizzazione ad avvicinarsi alle acque territoriali italiane, e il trasbordo dei migranti diventa subito un caso mediatico.

Nave della Ong Sea Watch-3

E solo di teatro si parla, perché – come riporta il Sole24Ore – in questi stessi giorni di giugno sono regolarmente avvenuti i cosiddetti “sbarchi fantasma”, piccoli sbarchi da imbarcazioni modeste. Ma la Ong non otterrà mai l’autorizzazione a varcare le acque territoriali. A niente serviranno il primo ricorso al Tar e l’appello alla Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo, che negherà che sulla nave c’è una situazione di emergenza. Denunciando lo “stato di necessità”, dopo 14 giorni Carola Rackete, capitana della Sea Watch-3, forza il blocco ed entra in Italia.

Mentre scoppia la polemica su giornali e televisioni, in cui ognuno prova a dimostrare in maniera moralista o volgare di essere più buono o più intelligente, la guardia costiera lancia un primo avvertimento alla Ong che non si ferma e tira avanti fino a Lampedusa, contro tutte le leggi, dove aspetterà due giorni. Il Viminale è categorico: vietato lo sbarco finché Olanda e Germania non si prenderanno le loro responsabilità – dal momento che la Ong è tedesca e la nave batte bandiera olandese – oppure finché altri paesi europei non si impegnino ad identificare e ad accogliere i migranti.

Tuttavia, mentre l’Italia passa per boia, il governo olandese “riconosce gli sforzi” italiani nell’accoglienza “ma non si prenderà carico dei migranti”. L’unica risposta che arriverà dalla Germania, paese d’origine della Rackete, non sarà una risposta istituzionale ma verrà dal quotidiano Bild, che definisce gli italiani una “plebaglia”. Nei giorni passati, il governo tedesco aveva riportato in Italia i “dublinanti”, sedati e legati, dimostrando di dare “buoni consigli quando non si può più dare cattivo esempio”.

Carola Rackete, capitana della Sea Watch-3

Stanti così le cose, la nave non approda: secondo il governo e la procura di Agrigento la Rackete ha già infranto troppe leggi. Allora stanotte la capitana ha portato la nave dentro il porto di Lampedusa, speronando un’imbarcazione della Guardia di finanza che le voleva impedire l’ingresso, rischiando poi di schiacciarla contro la banchina. Al molo c’è molta gente. Qualcuno incoraggia la Sea Watch-3, altri sono lì per godersi lo spettacolo del respingimento.

All’1.50 i finanzieri salgono sulla Ong. Qualcuno inizia a capire. Partono degli applausi che vengono subito coperti dai fischi di chi grida, con la bava alla bocca, “vogliamo le manette!”. Così Carola Rackete, 31 anni, è la prima a sbarcare, tratta in arresto e portata in questura. Rischia dai 3 ai 10 anni di carcere per “resistenza o violenza contro nave da guerra”, a cui potrebbe aggiungersi quello di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. I migranti sono poi sbarcati all’alba.

Alla fine di questo lungo spettacolo viene spontaneo chiedersi “chi ha vinto?” Hanno vinto entrambi, senz’altro. Salvini ha consolidato il suo elettorato, la Rackete è diventata l’eroina di una sinistra in cerca di autore: la Ong ha raccolto in 24 ore più di 200.000 euro per affrontare le spese legali. Mezza Italia nel frattempo si mobiliterà per contestare l’arresto della capitana. Che dire? Oltre alla legge c’è anche la giustizia. Ma la legge va rispettata, e di questo si occuperà la magistratura.

Arresto della Rackete

Gli unici a perdere sono i migranti. Non questi, che finalmente sono sbarcati, ma quelli che verranno. Le centinaia di migliaia che verranno. Perché quella dei “porti chiusi” non è una strategia efficace nel lungo termine. Una strategia che funziona benissimo nel breve periodo, che Salvini può sventolare come un trofeo elettorale, tra l’altro scheggiato, dal momento che i migranti che rientrano in Italia sono più di quelli che sbarcano dal Mediterraneo. Ma per chi vuole davvero risolvere la questione migratoria questa strategia è il triste tentativo di coprire con un dito lo squarcio di una nave che sta affondando.

L’Europa non è poi capace, o non ha voglia, di elaborare un piano collettivo di collaborazione. Non deve essere la guardia costiera italiana a salvare i migranti, ma una “guardia costiera europea”, non deve essere l’Italia a identificare, e tenersi, i migranti, ma l’Europa. Ma questa Europa è un leviatano burocratico che batte i suoi ultimi colpi, schiacciato com’è dalle sue strutturali debolezze politiche, morali e finanziarie, un mostro di cui è impossibile fidarsi, come i drammatica anni della crisi hanno reso evidente.

Restano le Ong a riempire questo vuoto. Ma ormai siamo adulti e sappiamo che non esistono i “buoni” e i “cattivi” e che la Sea Watch-3 ha puntato Salvini, ormai il mostro per eccellenza ma che morde poco – a differenza dei mostri suoi alleati – per ottenere visibilità mediatica e donazioni. Altrimenti avrebbero portato i migranti, se non a Malta o in Tunisia, che pure sono porti sicuri, in altre coste europee più che sicure. E invece hanno preferito giocare un braccio di ferro in cui sapevano di vincere.

L’unica vera disobbedienza che possiamo perpetrare come cittadini è quella di andare oltre, nei confronti dei migranti, le categorie di “vittime”, come scrive Alessandro Leogrande ne “La frontiera”. Una categoria indefinita che da una parte ci fa scivolare nell’esotismo, e dall’altra non ci fa capire nulla di “ciò che c’è prima del viaggio”. Capire non tanto le ragioni personali, che pure sono fondamentali per mantenere la nostra umanità, ma le ragioni geopolitiche che spingono gli uomini a partire.

Minatori congolesi, l’oro che estraggono finirà nei mercati europei e statunitensi, e nelle loro industrie

Capiremmo molto più di quanto sia possibile immaginare. Scenderemmo nelle piazze contro la guerra in Libia e in Siria, appoggiate a testa bassa dalla nostra classe dirigente. Persino i partiti che si dicono più empatici nei confronti dei migranti, come il Partito Democratico, si sono schierati a favore di tutte le “guerre umanitarie”, leggasi imperialiste.

Scenderemmo in piazza contro le multinazionali che depredano l’Africa, se non fosse che i nostri governi agiscono negli interessi delle stesse multinazionali. Scenderemmo in piazza contro il FMI, che in Africa succhia soldi da chi non ha più neanche il sangue. Ma il FMI è un’istituzione addirittura più prestigiosa degli Stati, com’è noto.

Scenderemmo in piazza contro il Franco Cfa che, per quanto ridicolizzato da una stampa servile, tiene sotto scacco francese 14 paesi dell’Africa sub-sahariana. Scenderemmo in piazza per smettere di appoggiare i dittatori africani che dilaniano il continente. Scenderemmo in piazza per urlare “basta” agli omicidi degli irredentisti africani che vogliono creare un’Africa unita affrancata dalle istituzioni occidentali, come Sankara e Gheddafi. Ma questo significa guardarsi dentro. E allora meglio continuare ad “aprire i porti” e ad “abolire le frontiere”, finché le “vittime”, così esotiche, sono gli altri.

1 COMMENTO

  1. “Sapevano di vincere”: a differenza dell’improcessabile Salvini, peró (improcessabile anche grazie al M5S), la Capitana rischia davvero e rischia la galera appunto. Poi sul porto sicuro la invito a leggere un bell’articolo del Post che spiega perché in questo caso l’Italia non era affatto arbitraria, anzi.

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