Di Andrea Zhok

Sulla copertina di fine anno di “Time” Greta Thunberg campeggiava, in una posa suggestiva, come “persona dell’anno”.
Contemporaneamente all’uscita del settimanale, il COP 25 (la 25ma – sic! – conferenza ONU sul cambiamento climatico) naufragava in un nulla di fatto.

Questi due fatti sono l’emblema della nostra epoca, un’epoca che ha rimosso dal tavolo il problema centrale, per perdersi nell’autoperpetuazione di ‘chiacchiere simboliche’, chiacchiere su cui sembrano svolgersi epiche battaglie d’opinione, tutte svolte rigorosamente senza disturbare il guidatore.

Chiunque non abbia portato il cervello all’ammasso sapeva perfettamente che, anche laddove il COP 25 si fosse concluso con qualche proclama ottimistico, di fatto non sarebbe cambiato comunque assolutamente nulla. Proprio così come non è cambiato nulla di significativo dopo precedenti accordi (Tokio, Parigi, ecc.).

Se si va a vedere quale fosse la materia del contendere nelle trattative, si capisce subito come fosse una partita perduta alla radice.
Le proposte sul tavolo erano soprattutto due.
Da un lato quella, notoriamente fallimentare, della ‘compravendita di quote-inquinamento’. Si tratta dell’eterno ritorno di un tentativo, che ha oramai oltre tre decenni alle spalle, di ‘internalizzare l’esternalità’ rappresentata dall’inquinamento, facendone una merce tra le altre: chi inquina di meno (perché è meno industrializzato) potrebbe vendere dei ‘bonus inquinamento’ in eccesso ai paesi più inquinanti. Questa soluzione, che dovrebbe consentire di mettere un tetto alle emissioni, si è già dimostrata fallimentare per motivi fondamentali:

1) essa presuppone la possibilità di definire e misurare a livello mondiale una quantità ottimale di inquinamento, in modo da definire l’ammontare iniziale dei ‘buoni inquinamento’; tale possibilità, tecnicamente inattingibile, di fatto viene demandata a trattative elastiche e compromessi rivedibili, dove chi ha maggior potere contrattuale fa e disfa le regole che gli convengono;

2) questo sistema presuppone di essere in grado di controllare (e sanzionare) tutte le forme di produzione di inquinamento world-wide; il che è praticamente impercorribile;

3) questo sistema esercita di fatto una pressione sui paesi meno industrializzati a rimanere tali, sussidiandone il mantenimento in una condizione di dipendenza.

L’altra proposta in discussione riguardava l’opportunità di finanziare direttamente i paesi più esposti al cambiamento climatico e meno abbienti con un fondo sistematico da parte dei paesi più benestanti.

Entrambe le proposte sono naufragate in modo plateale.
E questo è un bene, perché sarebbe stato peggio se qualche mancia simbolica fosse stata erogata, o se fosse passato qualche impegno ‘giurin, giurello’ di inquinare di meno nel prossimo lustro.
O decennio.
O secolo.

La platealità del fallimento, nell’anno dell’ascensione di Greta Thunberg nel paradiso degli influencer mondiali, è qualcosa che, forse, può almeno aiutare a guardare la realtà senza infingimenti.

Di molte cose particolari, di molti dettagli epistemici, climatologici, geopolitici, potremmo discutere. Ma tali discussioni di dettaglio servirebbero solo a levare l’ennesima nuvola di polvere, che una volta ridiscesa mostrerebbe semplicemente che il treno continua ad essere lanciato a tutta velocità verso un dirupo.

E’ qui persino irrilevante stabilire se il fattore antropico nel cambiamento climatico sia essenziale o meno. Anche chi lo ritiene inessenziale non potrà non convenire che le dinamiche produttive attuali hanno molte altre faglie, molti altri punti di rottura terminale sia in termini di consumo di risorse naturali (acqua, foreste, suolo, specie viventi) che in termini di danni prodotti dagli scarti di produzione (microplastiche, smog urbano, ecc.).

Il punto cardinale di qualunque discussione su questo tema è in effetti uno solo, e il posizionamento verso di esso distingue in maniera netta ed univoca quelli che hanno legittimità di aprire bocca su temi ambientali, e quelli che devono solo tacere, per manifesta complicità.

Il dibattito internazionale in un contesto capitalistico avanzato è necessariamente quello di una lotta tra interessi economici strutturati in illimitata competizione.

La competizione capitalistica è indistinguibile da una competizione bellica (e peraltro ogni qual volta risulta economicamente conveniente, prende senz’altro la strada delle armi).

In una competizione illimitata, che siano individui, stati o multinazionali i soggetti coinvolti, ci si avvantaggia quanto possibile, sperando che ciò permetta di tenere la testa sopra le onde quando la marea arriverà.
Chi è comparativamente più ricco dà le carte, definisce ragioni e torti, sceglie se e quando sottostare a questa o quella norma, usa il debito come leva per limitare la libertà dell’indebitato, e se necessario compra o produce la tecnologia militare necessaria per minacciare (o senz’altro silenziare) il meno abbiente.

Finché la cornice legittimante definita dall’infinita competizione capitalistica rimane in piedi, fino a quando si assume la validità e insuperabilità sostanziale di questo paradigma onnicomprensivo che è il sistema di produzione capitalistico, ogni proposta di limitare le dinamiche ecodistruttive sarà una chiacchiera irresponsabile, una spudorata presa in giro.

In un sistema mondiale di competizione illimitata per la crescita infinita non c’è nulla che possa essere preservato in termini di equilibri organici e ambientali.

Siamo all’interno di una guerra di tutti contro tutti, che ci è stata descritta come la condizione fatale e inaggirabile dell’umanità.
Pensare che mentre questa guerra è in corso si possano fare accordi internazionali duraturi che tocchino significativamente i modi in cui i concorrenti si armano e combattono è una ridicola illusione.
Ciò che viene fatto, o apparentemente concesso, è sempre solo fumo negli occhi, foto-opportunity, chiacchiera fuorviante, propaganda, qualunque cosa purché il meccanismo della produzione di profitto possa conservarsi vitale.

I meccanismi capitalistici sono noti, e si esprimono oggi in competitivismo, privatizzazioni, delocalizzazioni, mobilità della forza lavoro, ricerca dell’attrattività dei capitali internazionali, subordinazione sistematica delle democrazie ai ‘mercati internazionali’, ecc.
Chi chiacchiera di ambientalismo senza volere il superamento dei meccanismi capitalistici è un utile idiota o un cinico complice del degrado.

In entrambi i casi dovrebbe solo tacere.

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