Quando i grandi marchi, le grandi sigle e i grandi nomi iniziano a solidarizzare con i movimenti di massa diventa in un attimo palese quanto ci sia di più marcio nei rapporti di forza tra i “pochissimi” che contano e i “troppi” che non valgono niente.

La loro capacità di cavalcare questi movimenti è incredibile: per i colossi dell’abbigliamento, della tecnologia, dell’alimentare e della politica è sufficiente sposare le tendenze di protesta (contro il razzismo, l’inquinamento, la discriminazione di genere) per entrare a pieno titolo tra i rivoluzionari di oggi, per fingere di stare al fianco di chi manifesta.

Il problema è che si tratta di un’armonia di valori del tutto falsa, che vale solo in quanto marketing duro e puro – necessario per non incattivirsi i consumatori – e che non rientra assolutamente nello spirito ideologico o pragmatico dell’industria.

I grandi nomi del capitalismo e della politica postano foto insieme a Greta Thunberg, passano armi e bagagli con i Black Lives Matter o sponsorizzano MeToo; è la quintessenza del capitalismo, una fiera della vanità in grande stile, un modo per rendere queste importantissime proteste sempre perdenti sotto il profilo della lotta di classe.

Sponsorizzando queste manifestazioni di massa, i grandi marchi non fanno altro che ritagliarsi grosse fette di mercato continuando a perpetrare in forma filantropica i loro crimini abituali. Realizzano una campagna contro il razzismo e la violenza di genere ma producono merci nel Terzo Mondo, dove sfruttare fino alla morte uomini, donne e bambini non costa nulla ed è consentito.

Questa contraddizione è possibile solo nell’attuale e infinitamente complessa epoca consumistica, dove risulta facilissimo incontrare gli sfruttati ma difficile capire chi siano i veri sfruttatori. E per molti “rivoluzionari” risulta più facile dirottare le proteste contro i simboli del passato, magari con la benedizione degli oppressori rosé di oggi, piuttosto che ribaltare lo status quo.

E così ogni protesta contro i privilegiati diventa una protesta che possono permettersi solo i privilegiati. Abbattiamo pure le statue degli schiavisti del vecchio Commonwealth e che non ci passi mai per la testa di boicottare Amazon, anzi magari i gudget della protesta compriamoli direttamente da Bezos.

Decapitiamo le statue dei coloni seicenteschi, ma sulla follia omicida dei coloni moderni non spendiamo una parola. Lasciamo pure che i nostri governi ammazzino milioni di siriani, di yemeniti, di palestinesi – argomento oscuro e poco di voga in questi tempi di pericolosa conquista del West – ma almeno avremmo reso chiaro, attraverso un post su Instagram, che consideriamo John Wayne un pericoloso reazionario.

Questa confusione generale, questa rivoluzione dell’estetica, questa vuoto del pensiero storico e politico sono il più grande capolavoro del capitalismo contemporaneo: trasformare una protesta di massa (importantissima, necessaria) in un trend di mercato, in un marchio di vendita.

Per molti l’imperativo categorico diventa partecipare alle manifestazioni perché è di tendenza e secondo le modalità della tendenza, e non perché è l’ora di finirla con gli abusi. E nel frattempo, nei luoghi delle oppressioni, la civiltà del consumo riproduce sé stessa: lontani dai riflettori, gli ambientalisti continuano a morire, gli schiavi continuano a lavorare, le donne ad essere sfruttate.

Ma tutto ciò che non è tendenza non conta. Soprattutto se è una Rivoluzione.

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