Polvere. Polvere stuprata dal vento, polvere che insabbia l’asfalto delle strade. Luci intermittenti, quartieri bui, silenzio nelle vie. Sopraggiunge la notte, scocca il richiamo delle anime perdute, i sentieri della città si infuocano. Arrivano i primi negri e i loro blues malinconici, volano le prime bottiglie, le puttane danzano sul ritmo delle trombe, qualcuno ci casca, qualcuno corre via.
I vecchi barbuti, tra una bestemmia ed uno sputo, si rintanano nei bar che alzano le serrande. Arrivano anche le orde di giovani profumate e sorridenti di quella superficiale vaghezza, di quella monotonia stridente.
Un quartiere di periferia presenta questi aspetti, non ha pudori, è animalesco, selvatico, distante dal “ centro”, dalla misura.
Barcollando debole e disperato, calpesta la strada un’ ombra con un cappotto alla Holmes. Cappello nero da cowboy, alto e grosso da far paura, viso tagliente e scavato, ispido di barba grigia, camicia bordeaux sporca di cenere, volto rapito dalla notte.
Faceva roteare compulsivamente una sigaretta rollata tra le dita, stropicciandola e maltrattandola, facendole pagare il peso insostenibile di quarant’anni buttati nel cesso. Girò l’angolo, attraversò un lungo viale affollato di gente, si districò tra le band afroamericane, fece attenzione a non calpestare le teste di giovani collassati sull’asfalto.
Quella carne da macello lo guardava sbigottita, evitava con terrore il contatto con le sue suole, sghignazzava di  paura, fingeva di non guardare le sue enormi spalle. L’ombra non ci badava, non badava più a un cazzo. Accese la sigaretta, il respiro prese colore dopo il lampo rosso, curvò il capo e si appoggiò ad un muro.
Guardò per alcuni secondi a terra, quasi rapito da un pensiero sfuggente, incantato in paturnie che l’uomo non può narrare- di scatto sollevò la fronte alle stelle, sbuffò con gravità, aspirò con maggiore tenacia, squarciò la sua vittima. Percorse altri metri in quelle bolge, finchè non arrivò al Drunken Devil. Appoggiò la sua mano scheletrica alla porta, spinse con rassegnazione, fu invaso da una piccola gioia al vedere che il locale era quasi  vuoto.
Un piano suonava in lontananza, “Il lago dei cigni”. Cadenzando i suoi passi , arrivò al bancone. Ebbe un sussulto nel cascare negli occhi di un gatto nero che aveva invaso il locale all’insaputa del barista. Immobili, glaciali, con le pupille spalancate si fissarono a lungo, mentre Tchaikovsky dava il meglio di sé.
“Via da qui, maledetto gattaccio!”- urlò ad un tratto il barista. Il gatto corse via, si infilò sotto una macchina e continuò a fissare di nascosto i due mostri nel locale .
“Ma guarda chi si rivede, il vecchio Seth. Come va, diavolaccio?”
Il barista pronunciò queste parole, mentre sfregava un bicchiere con un panno ruvido e fumava un sigaro di pessima qualità. Baffi folti, capelli lunghi, tatuaggi sui tricipiti in bella vista, canotta bianca, macchie nere a colorarla.
“Non c’è bene Jim, dammi una birra”- ringhiò Seth.
“Arriva subito! Sai ultimamente finisco sempre le scorte poco dopo l’apertura del locale, questi maledetti vecchi sono insaziabili. Hai fatto bene a venire presto stasera”
“Siamo tutti insaziabili, Jimmy”-  rispose con amarezza.
“Se così è, meglio per le mie tasche”- rise sguaiatamente il vecchio Jim. Seth lo fissò a lungo, immobile, senza muovere le labbra neppure di un millimetro. “Va bene ho capito, non sei dell’umore giusto. Tieni la tua birra, che possa lubrificarti le coronarie.”
“Chi sta suonando il piano?”
“Una fottutissima sventola, ti consiglio di darle un’occhiata.”
Scolò metà della birra in un sorso, si alzò dallo sgabello, fece alcuni passi, oltre la parete.
Dita fragili torturavano i tasti bianchi, lunghi capelli neri, occhi verdi, righe di trucco sul suo viso piangente, un signor culo e due gambe di tutto rispetto, messe in risalto da una minigonna mozzafiato. Avrà avuto poco più di vent’anni e già la sua vita le appariva un errore, un qualcosa da rinnegare. Strozzava le sue melodie soltanto per bere un bicchiere di vino.
In passato Seth avrebbe sorriso di nostalgia o di compassione dinanzi ad un tale dipinto, si sarebbe perduto tra quelle cosce sinuose, avrebbe sognato di stringerle così forte da spezzarle. Ora rimaneva inespressivo, senza alcuna emozione ad osservarla. Si sforzava di  trovare in un gesto, in  un’ espressione o in una nota un qualcosa di differente, di unico.
Rimase deluso, era sempre la solita solfa. Tornò al bancone, disse a Jim di portare un bicchiere di vino alla ragazza, avrebbe pagato lui. Non si voltò neppure a guardare la beneficiaria che si era voltata, commossa, per individuare il suo benefattore. Gli erano tutti estranei. Quel gesto appena compiuto, come d’altronde ogni azione, gli si presentava immotivato, gratuito, destinato all’oblio.
Il bar iniziò a riempirsi, sopportò i primi involontari spintoni, le urla degli ubriachi, il caldo asfissiante, le prime giravolte dell’alcol nella sua testa. Chiuse gli occhi, cercò di trovare dentro di sé una voce che urlasse più forte dello stridio del mondo che ruota, una canzone più dirompente, una danza di rinascita. Nulla. Era un tronco vuoto, la civetta ed i serpenti che lo abitavano erano andati via. Erano sbiaditi i ricordi, divenuti inspiegabili col passare degli anni.
Entrarono altre donne, le vedeva sculettare con i loro fidanzatini, ridevano, ridevano tutti. Un vecchio si reggeva la testa per evitare di crollare sul tavolino cui era stato rilegato. Qualcuno aveva acceso una canna. Non ne potè più, uscì disgustato a fumare una sigaretta.
Fuori dal locale ancora più voci, tutti i figli di puttana dell’universo sembravano avere qualcosa da dire in quella notte dimenticata da dio.
“Ehiii amigo, mi fai accendere?”
Seth volse lo sguardo al tappetto che teneva tra le labbra una camel e tra le mani il culo della ragazza. Non disse nulla, proferì l’accendino.
“Grazie amico”- urlò. Gli tremavano le mani, era completamente fatto. Seth lo odiò, risorse in lui un orrore ed un disprezzo che gli mancavano da tempo. Riprese l’accendino e continuò a fissarlo, mentre entrava nel Drunken con la sua puttanella.
Verso gli ultimi tiri  di sigaretta venne fuori la ragazza del piano. Esattamente in quel momento Seth si accorse che il gatto lo stava ancora fissando, era probabilmente passata più di una mezzora, ma non accennava ad arrendersi. Seth gli sorrise.
“Ehi, grazie per il bicchiere…”- Mormorò imbarazzata la pianista.
“Di niente.”
“C’è n’è di confusione oggi, eh?”
“Già.”
“Come ti chiami?”
“Seth.”
“Strano gusto i tuoi. Io Deborah.”
“Anche i tuoi stanno messi malaccio.”
“ Anche spiritoso: si sa l’età regala l’ironia.”
“Strumenti dati dalla natura per campare qualche anno in più”- ecco il tragico errore, pensò, aver accennato ad un qualcosa di profondo ad una donna. Era fottuto.
“Ecco un altro esistenzialista. Immagino che un tipetto come te avrà già tre divorzi alle spalle, se non di più.”
La guardò negli occhi, adesso si sarebbe divertito un po’: “Ma no, solamente un matrimonio finito in tragedia.”
“ Sei vedovo?”
“Già.”
“Mi dispiace tanto…”
Aspettò alcuni istanti, il tempo di godersi a fondo quell’ipocrisia prima dell’indignazione. Le rivolse un ghigno diabolico e con leggerezza le disse: ”A me no, l’ho ammazzata io.”
“Si certo, sembravi un musone ed invece ti piace scherzare, a quanto vedo.”
“Pioveva a dirotto. Ero tornato a casa a notte fonda. Mi disse che si era stancata di me, che non m’amava più. Neppure io. La strangolai, il suo volto era diventato rosso, esplosioni di sangue in lei, di nervi in me. Ci innamorammo di nuovo.”
Divaricò le pupille, arrestò le labbra allo stato orizzontale, come un cadavere. Adesso oltre al gatto, lo fissava anche lei.
Silenzio assoluto nelle loro tre anime, attimi d’attesa snervante. Il gatto miagolò. Il verdetto.
Innocente.
“Non me la fai, brutto stronzo. Bella storiella, ma non me la fai.” Gli disse lei con una dolcezza sconfinante.
Seth sorrise, iniziò ad allungare il suo braccio intorno alla sua vita. Deborah si lasciò andare, era sfinita, lo desiderava, voleva essere amata.
Iniziarono a camminare a passi lenti, poi via via più rapidi. Jimmy corse fuori dal locale, non era stato pagato. “Maledetto, voglio i miei soldi.”
Esplosero in una risata selvaggia e fuggirono nella notte. Il gatto miagolò al vecchio Jim, che sconsolato tornò dentro.
Ormai lo spettacolo s’era concluso, il felino silenziosamente lasciò il campo- altri orrori richiedevano i suoi vigili occhi.

Notte fonda, Seth torna a casa. Toglie via il cappotto, lancia il cappello sul divano e si stende sul letto. Il tronco perdeva frammenti di corteccia, si sgretolava su un materasso imbottito. Polvere, polvere stuprata dal vento, polvere vomitata dal diavolo: era ovunque, impregnata ai suoi pantaloni, sul suo pavimento, sul suo letto.
Si alzò, prese qualcosa dal suo cappotto e lo poggiò sul comodino che costeggiava il letto. Lo osservò a lungo, si svestì, spense la luce e si abbandonò.
Un occhio verde, l’unico risparmiato alla ragazza, rimase a fissarlo.

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