Sempre dalla parte del privilegio e del potere. Un conformismo da manuale perfetto, puntuale, impeccabile. Che si tratti di tessere le lodi di un premier o di difendere a tutto spiano ventennali narrazioni di guerra. Neanche davanti al disastro di questi giorni le “grandi firme” occidentali riescono ad elaborare un mea culpa sincero. Eppure davanti ai fatti di Kabul questi alfieri dell’Autorità non possono permettersi di tacere: con i social non è più possibile nascondere la tragedia; le immagini di dolore e disperazione, soprattutto le più drammatiche, circolano di smartphone in smartphone. All’intellettuale conformista non resta allora che manipolarle. Conviene certamente ripostarle a propria volta, meglio ancora se decontestualizzate dalla loro cornice storico-geopolitica: ciò che conta è l’immagine. In questo modo potrà usare intere sequenze di dolore umano dando prova di profonda umanità ma senza disturbare il padrone a cui è affezionato. Un tempismo perfetto per mostrare i frammenti del disastro, a vent’anni dall’invasione statunitense; un ventennio in cui – in piena guerra – foto e video dei massacri restavano censurati, perché non avrebbero costituito il coro della commozione collettiva ma una prova di crimini contro l’umanità. Peccato infatti che quando le libere democrazie occidentali arrestarono Julian Assange – ormai abbondantemente avviato verso una lenta morte in un carcere inglese – con l’accusa di aver pubblicato le prove (secretate) dei crimini di guerra Usa a danno di migliaia di civili afghani inermi, questi giornalisti in carriera – oggi tanto commossi per la favola del marine e il bambino – esultarono con uno schifosissimo “What a day!”.
Sempre dalla parte del potere. Perché quello che conta non è la denuncia ma l’ostentazione dell’immagine sensazionalistica, che non disturba nessuno nelle alte camere del potere. Per quel poco che possiamo permetterci, non restano quindi che alcuni semplici imperativi.
Spegnere la TV e non leggere i giornali. Abbattere i Riotta e i Parenzo con un mattone fatto di carta: “Il grande gioco” di Peter Horkik. Urlare nelle orecchie di Stefano Feltri gli articoli di Alberto Negri e Giuliano Battiston, che sanno cosa significa morire a Kabul. Lanciare in faccia al progressista che loda e ama Kamala Harris “perché donna e nera” – ma che ride alle domande sull’aeroporto di Kabul – i lavori diplomatici e scientifici di Pino Arlacchi su oppio, talebani e invasione Usa. Non cadere nella trappola salviniana della xenofobia, anzi ricordare all’ex capitano – che tanto ama Margaret Thatcher – che la “Lady di ferro” giurò sostegno ad una schiera di mujaheddin antisovietici dicendo ai barbuti «il mondo libero è con voi». Pretendere la pace. Disinformarsi.
Scriveva Ennio Flaiano:«Giornalisti. Chi si salverà da questi cuochi della realtà?».
Dalla liberazione della Ghouta in Siria alla presa di Kabul, dalle guerre israeliane alla crisi migratoria, i media adoperano un unico modus operandi: prendere la pentola, aggiungere il bambino che piange e mescolare. E poi di Instagram in Instagram. Mai una contestualizzazione, mai una ricostruzione storica fedele alla realtà, mai un’analisi delle cause. Le tragedie dei nostri giorni si vendono al chilo. Non si racconta, non si analizza: si creano tendenze mediatiche da far cadere nel dimenticatoio della strage successiva. Niente o poco più dell’argomento della settimana. Così anche il bambino dissetato dal marine verrà dimenticato dal prossimo innocente (a patto che non sia yemenita o russo d’Ucraina). Così come sono stati dimenticati o ignorati i bambini nati e cresciuti nella guerra degli ultimi vent’anni – quando i bambini non servivano alla commozione di un Occidente idiota – esposti com’erano più alla bomba che all’obbiettivo di un fotografo di frontiera.

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