«Sono passata dalla preoccupazione allo spavento, dal coraggio alla speranza. Dalla speranza alla paura. Quella curva mi fa paura». L’ho letto recentemente sul diario Facebook di Giovanna Greco, giornalista di Foggia Today. Ed è esattamente la sensazione che sto vivendo oggi. Alla paura aggiungerei un altro stato d’animo, l’abitudine al massacro. Questo succede quando le immagini dei morti si fanno così diffuse e la crescita esponenziale delle vittime sui grafici talmente aggressiva che la conta del martirio sembra quasi passare in secondo piano rispetto alla tua quarantena, al lavoro che stai facendo su te stesso. Ormai  ha smesso di respirare così tanta gente che sembra un’operazione persino superflua quella di aggiornare personalmente la lista. Eppure la lista c’è, e parla chiaro: oggi si contano 28.710 positivi e e 2.978 deceduti. Sommandoli ai 2.025 guariti si raggiunge un totale di 35.713 contagi. Nelle ultime 24 ore sono morte 475 persone.

Nel frattempo dal reparto di Malattie Infettive del Policlinico di Bari ci informano che «l’esodo dal Nord sta facendo i primi contagi»; i genitori dei salvati, stanno diventando i sommersi. O meglio, alcuni di coloro che credevano di salvarsi, affollando le stazioni e prendendo d’assalto i treni, sono positivi al virus e stanno condannando i parenti al ricovero e potenzialmente, nei peggiori dei casi, alla terapia intensiva. E da lì la probabilità di uscire vivi, in caso di sovraffollamento, è limitata. «Qui si muore come mosche», dicono dal fronte di Bergamo, dove ormai le ambulanze si tengono in fila a cinque alla volta prima di trasferire i contagiati nei reparti, perché non c’è più posto. Come non c’è spazio per chi non ce la fa: mai avrei pensato di dover vedere le immagini di chiese vuote di fedeli ma colme di bare; tutte posizionate in fila, o una a fianco all’altra, a decine, sotto lo sguardo delle statue della Madonna, perché anche i cimiteri sono pieni. E per chi ha la fortuna di credere non bastano più neanche i pellegrinaggi del papa in una Roma desolata, lui che può chiedere la grazia per tutti.

(Foto Vatican Media/SIR)

In questi pochi giorni l’epidemia si è diffusa in tutta Europa ad una velocità disarmante. Spagna, Francia, Germania, Polonia, Belgio, Austria, Paesi Bassi; il virus si è insediato in ogni angolo. Qui, come da noi, è difficile convincere la gente a restare in casa e a rinunciare alle proprie piccole ma sacre abitudini. Eppure tutto è bloccato, tutto in lockdown, la parola del decennio. Ovunque tranne che in Inghilterra, dove l’amministrazione BoJo, su suggerimento degli scienziati, pare abbia deciso di sacrificare gli elementi improduttivi del Paese (i vecchi e i malati) sull’altare del Pil nazionale, salvo ripensamenti drastici che ancora non si scorgono all’orizzonte. E poi le notizie da Bruxelles. È stato solo quando il COVID-19 ha fatto irruzione nelle case ben riscaldate dei Paesi del Nord Europa che si è iniziato a millantare solidarietà continentale e a sibilare la sospensione del Patto di stabilità. Sogni, utopie o, più brutalmente, deliri: Germania e Olanda hanno già fatto intendere che non se ne parla neanche. Mentre in Europa tutto muore.

Così, la Bce stanzia 750 miliardi di euro e anche dagli Stati Uniti sono arrivati i primi aiuti. A Bergamo una Ong americana sta costruendo un ospedale da campo. Il vecchio zio d’America ci viene in soccorso; soltanto dopo, naturalmente, che dalla Cina sono arrivati medici esperti e materiale sanitario. Domani si vedrà se questi aiuti saranno espressioni di solidarietà o un pizzo di guerra postmarschalliano. A Est della nuova Cortina si dirà:«Noi vi abbiamo offerto aiuto e protezione quando ne avete avuto bisogno, ora è il momento di firmare altri accordi commerciali: costruiamola una buona volta questa Via della Seta!»; dall’altra parte invece ci sentiremo dire:«È il momento di acquistare altri F-35, di concedere altri spazi nelle vostre basi alle nostre armi nucleari, di arrivare a quel benedetto 2% per le spese Nato».

Persino i bellissimi flash mob sui balconi sono diventati retorici e fuori luogo ormai. Superata la soglia dei 2 mila morti non c’è più niente da cantare. Mentre fuori in molti ancora non capiscono. E soprattutto non sanno che a Roma è stato già preparato per il Sud il dispiegamento di 7 mila soldati dell’esercito, pronti ad intervenire in difesa dell’ordine pubblico se la situazione dovesse peggiorare; ovvero quando le terapie intensive risparmiate dalla scure dell’austerità saranno sature e i più esposti moriranno senza essere neanche entrati in reparto. Quando i contagiati pretenderanno di essere curati e scoppierà il caos – Dio voglia che non accada -, perché come scriveva Malaparte:«Si lotta e si soffre per la propria pelle. Tutto il resto non conta».

Fra qualche giorno sarà primavera, anche se qui il bel tempo è arrivato già da un pezzo. Il 21 marzo lo percepisco da sempre come qualcosa che più che una giornata è una promessa, da attendere per tutto l’inverno. È pieno di luce per gran parte del giorno. Il momento perfetto per mettersi da parte, non uscire, non fare, non produrre, non dire. Restiamo a casa. Non ne usciremo più forti di prima, ma ne usciremo. Pronti per ricominciare.

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