Di Giulietto Chiesa

Poche persone hanno influenzato la mia vita come lui. E, come succede alle grandi personalità, quando se ne vanno, sollevano — oltre al cordoglio e all’ammirazione degli onesti — anche ondate di elogi e di critiche da parte di persone che, rispettivamente, li odiarono e non li capirono. Accade anche adesso, dopo tanti anni, nei quali nessuno, comunque, ha potuto dimenticarlo.
Per quanto mi riguarda lo ricordo mentre, nel salone del Comitato Centrale di Botteghe Oscure, mangiavamo un piatto di spaghetti. Mi aveva detto, mandandomi a Mosca come corrispondente dell’Unità: “Ogni volta che torni a Roma avvisa la segretaria perché avrò delle domande da farti”. Veniva con un blocco per note. E mi faceva domande sul mondo intero, che io vedevo da Mosca. Così precise, dettagliate, da farmi convinto che avesse letto tutto quello che scrivevo. Mi aveva detto, alla partenza: “Vai e raccontaci l’Unione Sovietica che vedi. Senza troppa diplomazia. Sii sincero. Il partito ne ha bisogno. Sarà difficile. Non sarai mai censurato”.
Mantenne la parola.

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