Di Antonio Di Siena

Il 15 ottobre 1987 veniva assassinato, per mano delle potenze coloniali, Thomas Sankara.
Il rivoluzionario patriota e socialista che provò a liberare il suo Paese, il Burkina Faso, dal giogo occidentale.
Assassinato perché rifiutava l’idea di un continente assoggettato all’imperialismo militare, economico e culturale dei paesi sviluppati.

Oggi le sue parole, più attuali che mai, suonerebbero sovraniste e rossobrune. Poco male.
Perché resteranno scolpite nella storia finché ci sarà qualcuno disposto a comprenderle.

“Siamo in grado di provvedere al nostro fabbisogno alimentare. Secondo alcune organizzazioni internazionali invece dovremmo vivere per sempre grazie ai loro aiuti alimentari, ma questi aiuti ci bloccano e indeboliscono le nostre volontà, e senza che nemmeno ce ne accorgiamo, piano piano, ci abituiamo così ad essere degli assistiti, dei poveracci. Questa abitudine va messa da parte, dobbiamo darci da fare, dobbiamo produrre, produrre di più, e il perchè mi sembra evidente: chi ti impone gli aiuti ti impone i suoi interessi [..] Dobbiamo far capire a tutti che i mercati africani sono i mercati degli africani. Dobbiamo produrre qui, trasformare le nostre materie prime qui e consumarle qui. Dobbiamo produrre ciò di cui abbiamo bisogno e consumare ciò che produciamo, non solo ciò che importiamo. Io e la mia squadra oggi vestiamo tessuti tutti prodotti da noi, col nostro cotone, dai nostri uomini e donne. Intendiamoci, non miro a presentare sfilate di moda, sto semplicemente dicendo che dobbiamo accettare di vivere all’africana, perchè è il solo modo che abbiamo per vivere liberi e con dignità”.

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