Di Leo Longanesi

Era il mese di settembre del 1558. Da due anni Carlo V, staccato dal mondo, chiuso nel convento di Yuste in Estremadura, estraneo alle vicende del suo impero che più non gli apparteneva, si preparava alla morte. Ora egli era solo, con pochi servi, in quattro camere da lui fatte costruire in un’ala del convento, sull’orto. La dolcezza del clima e la pace di quei chiari giorni senza fine come la pianura che si stendeva davanti ai suoi occhi avevano placato la violenza della sua gotta e gli recavano, finalmente, quella quiete che non aveva mai conosciuto nella sua affannosa esistenza. In quella sua patria di adozione, l’imperatore aveva voluto trascorrere i suoi ultimi anni come un modesto gentiluomo di campagna, dimentico della propria grandezza. La sua ambizione, vasta come i suoi domini, s’era d’un tratto placata, ed egli aveva ceduto al figlio un impero più vasto di quello romano, come cosa che più non lo interessava. Le sue imprese, la sua gloria, i suoi nemici, i suoi sogni non erano per lui nemmeno ricordi: a 56 anni aveva rinunziato allo stato di sovrano per scendere a quello di suddito, con estrema semplicità, senza sforzo e senza penirsene, con umiltà che aveva stupito il mondo. Stanco di guerre e di reggere su di sé quella pesante corona che teneva legate tutte le nazioni d’Europa e i domini d’America, sorpreso innanzi tempo dalla vecchiaia, convocati a Bruxelles gli Stati Generali di 17 provincie, egli aveva letto l’atto di rinunzia con cui abbandonava il trono. Appoggiato alla spalla del principe di Orange, l’imperatore, vestito di nero, col collare del Toson d’oro sul petto, aveva ricordato ai sudditi quel che egli aveva fatto fin dal principio del suo regno, dicendo che dall’età di diciassette anni non aveva concesso che scarso tempo al riposo e ai piaceri, che in guerra e in pace egli era stato nove volte in Germania, sei in Spagna, sette in Italia, diedi nei Paesi Bassi, due in Inghilterra e altrettante volte in Africa, e che undici volte aveva passato il mare; quindi, piangendo, aveva esortato il figlio e i principi e i notabili di Fiandra e di Spagna a non lasciarsi infettare dall’eredità che altera la purezza della fede: << …perdonate, figli miei >>, egli aveva detto, << per l’amore di Dio, le mie negligenze e gli errori che la natura umana e la mia incapacità mi hanno fatto commettere nel governo dei vostri Stati… >>. Poi aveva raggiunto il convento di Yuste. Ora l’imperatore trascorreva i suoi giorni fra i monaci, in attesa del gran passo, dedicandosi alle pratiche religiose con estremo zelo: ma ciò non gli impediva di amare ancora la buona tavola. Il pensiero della morte si era in lui alleato alla ghiottoneria, la sola voluttà che ancora gli restava; ed egli si prosternava davanti all’altare a pancia piena, con estremo ardore. Una bolla del papa Giulio III l’aveva autorizzato a non comunicarsi a digiuno, perché il suo stomaco non sopportava di restare vuoto un solo istante. E benché la gotta e le emorroidi gli strappassero grida di dolore, ogni giorno si sedeva a tavola con gli occhi accesi d’ingordigia. << Quanto a impedirgli di mangiare pesce >>, scriveva il suo maggiordomo Quijada al ministro Juan Vasquez, << è un sogno: ieri e avanti ieri, egli ha mangiato come al solito, e in più una frittata di sardine. >> E quel che ora l’addolorava maggiormente era la mancanza delle pernici di Fiandra che raramente gli giungevano al convento conservate nell’urina. I giorni a Yuste trascorrevano sereni: l’imperatore si alzava di buon’ora e dopo la comunione e la lettura di Sant’Agostino, si applicava a lavori di meccanica assieme a Turriano, uno dei più abili ingegneri del suo tempo, ch’egli aveva portato con sé in Spagna. E con lui lavorava per ore e ore alla costruzione di strani congegni, e ne studiava le proprietà e le leggi. Ora fabbricavano fantocci che, con molle occulte, invitavano i gesti umani, ora orologi, fra la grande meraviglia dei monaci che vedevano in tutto quell’armeggio i frutti di una diabolica magia. E l’imperatore ne rideva e diceva che quel che più gli stava a cuore era che tutti gli orologi da lui fabbricati segnassero la stessa ora, il che mai non gli riusciva: << Io sono stolto >>, ripeteva, << ché non riesco ad ottenere, nemmeno dalle macchine, quel che cercai dagli uomini, ch’essi seguissero tutti nello stesso modo l’identico sentimento religioso >>. Finalmente, una mattina giunse a Yuste la notizia che la Dieta di Francoforte aveva eletto imperatore Ferdinando: ora che suo fratello cingeva la corona, Carlo V era finalmente libero di ogni potere terreno. Allora chiamò il suo confessore, il frate Juan Regla, e gli ordinò di fare togliere il proprio nome dalle preghiere che si recitavano alla messa. Poi riunì i suoi servi e disse loro: << Ormai, io non sono più nulla >> ed era lieto come chi si è tolto di dosso un gran peso. Quella mattina di settembre, l’imperatore scese in giardino, guardò le piante che aveva annaffiato la sera, poi rientrò nella sua stanza.

<< Sai a cosa penso, Nicola? >> domandò al barbiere.
<< A che cosa? >>
<< Penso che ho tremila corone di economie e studio come farò i miei funerali con questa somma. >>
Sentiva che il gran giorno era vicino, e il suo pensiero costante, ormai, era di non rimanere colto dalla morte all’improvviso: come in guerra, non voleva restare sorpreso dal nemico. Allora fece alzare un catafalco nella cappella del convento, dopo averne guidato con estrema cura la costruzione. E quando ogni cosa fu pronta, quando il sole tramontò e nella pianura non s’udì che il grido della civetta nel sisteso silenzio dell’Estremadura, ordinò che servi e frati andassero nella cappella in processione, ciascuno con una nera torcia in mano. E così avvenne. Il corteo sfilò solenne, salmodiando alla luce delle torce, e da ultimo apparve l’imperatore avvolto in un bianco lenzuolo. Egli si fece deporre nella bara e vi restò disteso, mentre tutti cantavano l’Officio dei Morti. E la voce di Carlo si univa a quella dei presenti che recitavano le orazioni mescolando le proprie lagrime a quelle degli altri, i quali piangevano come se davvero egli fosse morto. Poi i monaci aspersero il feretro con l’acqua benedetta e tutti si allontanarono, chiedendo le porte.
L’imperatore rimase solo, nel profondo silenzio della chiesa, disteso nella sua bara, al lume di quattro ceri. Egli pensava a suo padre Filippo il Bello, a sua madre Giovanna la Folle e all’imperatrice Isabella che fra poco avrebbe raggiunti, e pregò per le loro anime. Poi si sollevò e rientrò nella sua stanza.
All’indomani, Carlo V non si alzò dal letto.
<<Me ne vado>>, egli disse, e chiamò attorno a sé i monaci, e ordinò loro che gli cantassero una litania, e gli ripetessero il versetto: Veniant mihi miserationes tuae et vivam.
A tratti, egli si sentiva il polso, tenendo gli occhi chiusi ed agitando il capo. Poi allungò le mani gottose per ricevere il crocefisso e il cero; e quando li ebbe stretti, disse: << È l’ora. Vengo, Signore. Eccomi >>.
Era il 22 settembre del 1558, anniversario della sua nascita, della sua incoronazione e della sua vittoria a Pavia.

Da Fa lo stesso

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