Di Vittorio Nicola Rangeloni

“Amiamo la nostra terra e per essa siamo disposti a dare la nostra vita”

Questa citazione di Alexandr Zakharchenko era e rimane stampata su diversi tabelloni pubblicitari sparsi per Donetsk, la sua città. Sapeva che essere a capo di una piccola Repubblica che si batte per la libertà contro il mondo intero può avere un prezzo alto da pagare. Ma ciò non lo ha mai spaventato.

Per la sua terra e la sua gente era disposto a correre il rischio, e lo scenario peggiore, purtroppo, si è verificato.

La gente a Donetsk ancora fa fatica a credere che Zakharchenko non c’è più. La popolazione ha perso un vero leader, un esempio ed un riferimento per i momenti più difficili. Era una persona semplice. Nato come molti, qui, in una famiglia di minatori, ha studiato e si è laureato, passando per la leva militare finendo nei Parà. Anche lui per qualche periodo, come tecnico specializzato è sceso a lavorare nei tunnel a centinaia di metri sotto terra. Poi è diventato imprenditore. Nonostante nel corso degli anni abbia messo da parte un buon gruzzoletto ed avrebbe potuto condurre una vita tranquilla, non è stato impassibile al colpo di stato ucraino del 2014. Ha iniziato ad organizzare gruppi di autodifesa nella sua città, minacciata dagli scagnozzi sguinzagliati dalle nuove amministrazioni di Kiev.

Era un grande patriota, nazionalista russo (curiosità: ha sempre rispettato il passato sovietico ma non nascondeva di apprezzare il sistema monarchico) e ortodosso praticante. Più volte mi è capitato di incontrarlo alla messa domenicale.

Lui, divenuto poi Presidente e Comandante Supremo delle Forze Armate, non era una figura istituzionale come ce la possiamo immaginare nella nostra società. Zakharchenko per i miliziani era considerato il “batya” (padre). Non ha mai comandato dai quartier generali, rimanendo a guardare le operazioni da lontano. No, lui doveva sempre essere nell’epicentro degli accadimenti, con il Kalashnikov in mano.
Scelta che gli è costata diversi fermenti di cui il corpo, anche a distanza di anni, ne è stato testimone. Nel corso di una serata in sauna passò almeno una decina di minuti a raccontarmi le cause e le storie legate a quelle cicatrici.

Della situazione al fronte non si interessava leggendo i bollettini di guerra ma si metteva alla guida del suo fuoristrada, fregandosene dei protocolli di sicurezza pianificati dal capo delle sue guardie del corpo, e si dirigeva di persona verso i punti caldi del fronte. Quando arrivava parlava allo stesso modo con ufficiali o soldati semplici, senza troppe cerimonie o formalità. Si interessava della situazione militare ma non solo. Non arrivava mai a mani vuote. Portava anfibi e divise, cibo, mitragliatrici e quanto altro poteva servire per i ragazzi al fronte.

Allo stesso modo in contesti mondani era solito girare tra la gente e per fabbriche, incontrando i lavoratori (specialmente i minatori). Capitava che andava al mercato per controllare i prezzi dei generi alimentari, oppure lo “zero” delle bilance. Per verificare che non ci fossero truffe legate alla pesa, metteva la pistola sulle bilance. Conoscendo l’esatto peso della sua “Tokarev”, in un attimo ne controllava il corretto funzionamento.

Un giorno in un mercato della città rilevò gravi irregolarità. Il direttore di questo posto per punizione venne mandato al fronte a scavare trincee per un mese. Non gli piacevano i bugiardi e gli approfittatori. Specie quando a subire era la gente comune.

In questi anni ho incontrato e parlato con migliaia di persone. La maggioranza di esse supportava totalmente l’operato di Zakharchenko. Qualcuno gli muoveva qualche critica o ne contestava qualche scelta, ma in ogni caso godeva del rispetto di tutti.

Nonostante l’agenda impegnata di un Capo di Stato, cercava di tener fede alle promesse fatte alle persone comuni che incontrava in occasione di manifestazioni o incontri pubblici. Personalmente gli raccontai una situazione di una signora che era stata torturata brutalmente dalle bande di Pravij Sektor per aver aiutato ad organizzare il referendum dell’11 maggio del 2014 in un paesino fuori Donetsk (controllato ora dalle autorità ucraine). Fu fatta prigioniera per mesi e poi scambiata in cambio di soldati ucraini. Questa donna pur vivendo nella miseria era devota a Zakharchenko.
Dopo diversi mesi casualmente venni a sapere che si era recato da lei a trovarla, presso gli alloggi popolari.

Era una persona vera, generosa e umile. Ma allo stesso tempo esigente e diretta. Se qualcosa non gli piaceva, lo diceva senza troppi giri di parole. Una sera a casa sua, per qualche scommessa finimmo a indossare i guantoni ed a fare sparring di boxe. Che sensazione strana. Io, un signor nessuno, a dover fare a pugni con il presidente! Mai come allora mi ritrovai così spaesato. “E se per caso gli dovessi lasciare un occhio nero, cosa direbbero i ministri all’incontro di domani?” – questa domanda, tra le altre, mi rimase in testa per poche decine di secondi. Nonostante le diverse ferite (di cui una al piede che lo costrinse per mesi a camminare in stampelle e poi a zoppicare per diversi mesi) e le diverse decine di sigarette che fumava al giorno, la forma atletica era molto meglio di quanto mi ero immaginato.
Poco più tardi dall’inizio dello sparring, appena staccato dal lavoro, arrivò il vice presidente (attuale presidente ad interim) che mise fine a quella situazione scomoda.
Questa volta a ritrovarsi in una situazione scomoda fu il suo vice, che iniziò a dare relazione del lavoro svolto, inclusi contrattempi. Sentii Zakharchenko gridare e poi Trapeznikov chiedere scusa, affermando di essere pronto ad espiare le sue colpe in qualsiasi modo. “Non devi chiedere scusa a me ma alla popolazione della Repubblica”, gli gridò per tutta risposta Zakharchenko. Questa frase mi colpì e mi fece sentire orgoglioso ed ancor piu onorato di essere lì con lui. Era un vero leader popolare. La gente per lui era la priorità.

Quella stessa gente – mentre i suoi nemici a Kiev brindavano per la morte del “terrorista” – ieri è arrivata da ogni angolo della città per portargli un fiore e salutarlo per l’ultima volta. 200 mila persone in lacrime ai piedi di una bara vogliono dire molto.. La fila di chilometrica di persone desiderose di accedere alla camera ardente presso il teatro dell’opera è durata per ore, sotto agli ultimi caldi raggi di sole di questa estate. Nel corteo funebre dal centro città al cimitero, tra le ali di folla radunatasi a bordo delle strade di Donetsk sono sfilati 4 autobus carichi esclusivamente di corone di fiori donate dalla gente.

La città di Donetsk ha perso un vero leader, uno dei suoi figli migliori.

La Repubblica continuerà a combattere per la sua libertà. Ci saranno nuovi presidenti e nuovi generali, ma a livello umano il vuoto lasciato dalla sua scomparsa ormai sarà incolmabile.

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